La
versione di Latino di domani è troppo importante. Rischio di essere rimandato,
dopo il 4 e il 5 e mezzo delle ultime prove. Un’altra estate con questo peso
non potrei sopportarla. Mi capitasse un Cicerone, sarei felice. Di meno con
Tacito, che per me è imprevedibile! Ma il 4, l’ho preso addirittura con Cesare,
che dovrebbe essere il più semplice….
Romanzo di Alberto Cardino. 6/6/66 è una data di nascita, a partire dalla quale si sviluppano quattro storie diverse, in altrettanti Paesi europei. Il racconto di una generazione che ha vissuto eventi importanti, come il terrorismo degli anni Settanta, la caduta del Muro di Berlino ed il crollo delle Torri Gemelle. Quattro sentieri diversi che potrebbero incrociarsi. Fino al tempo presente, con una nuova generazione pronta a prendere il testimone. Il romanzo è pubblicato da Drawup
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mercoledì 23 gennaio 2019
mercoledì 17 gennaio 2018
Ti vedo crescere...da dietro la porta a vetri
Gradino dopo gradino. Si cresce impercettibilmente giorno per giorno. Un bambino di quasi 6 anni inizia la prima elementare. Lo accompagnano la mamma ed il papà, fino all'ingresso della classe. Con lo zaino già pesante, la giacca ancora leggera di un settembre ogni anno più estivo.
Poi la mamma, passando i giorni, riesce a lasciare suo figlio nell'atrio della scuola, concedendogli solo una piccola agevolazione. Gli toglie di dosso la giacchina, poi gli sistema lo zaino sulle spalle ed infine gli consegna la giacchina fra le braccia. Così il bambino potrà velocizzare il suo ingresso in classe. Il papà, intanto, è già corso verso la porta a vetri chiusa, situata a lato della scuola, che regala proprio la visuale del corridoio e dell’uscio che il figlio dovrà oltrepassare per entrare in aula. Così potrà controllarlo fino a quando non sarà entrato in classe. Dopo pochi minuti, la mamma raggiunge il papà nel luogo adibito allo spionaggio.
Il piccolo, dietro lo schermo trasparente e insuperabile, deve affrontare un problema serio e potenzialmente imbarazzante. Non ci arriva. Dicevo che non ha ancora sei anni. E non ci arriva. Non arriva al gancio. Quello a cui deve appendere il giacchino. Un saltino timido. Niente. Un altro meno timido. Ancora niente. Il giacchino si lascia scivolare a terra. Il papà da fuori fa il tifo per il suo bambino. Ma al terzo saltino, frutto di uno sforzo marcato ma che non porta al risultato sperato, lui non resiste. Si precipita nell’atrio della scuola, si giustifica con la bidella accigliata adducendo una dimenticanza importante, poi raggiunge il piccolo, lo consola, gli prende il giacchino e lo fissa al gancio. “Vai pure ora, amore mio” gli dice, poi esce e rassicura anche la mamma.
Nei giorni in cui tocca a lui, il papà tende a trasgredire la “regola” che imporrebbe una progressiva autonomia in capo al fanciullo e lo accompagna ancora fino all’uscio della classe. Dopo alcuni richiami dalle bidelle, il padre prova di nuovo ad alzare la campana di vetro. Continua a togliere al bimbo la sua giacchina e a dargliela fra le mani, ma lo lascia nell’atrio e poi corre al punto di spionaggio per controllare che vada tutto a buon fine. Il gancio è alla stessa altezza di sempre. Il bimbo fa un saltino. Niente. Ne fa un altro. Ancora mancato. Una mamma generosa, che si trova incredibilmente là dove lui non può più andare, aiuta il piccolo evitandogli il terzo, rischioso tentativo. Anche per questa volta, il papà in ansia tira un sospiro di sollievo.
Passando i giorni, la giacca si fa man mano più pesante al procedere dell’autunno. Compaiono, a complicare lo scenario, anche una sciarpa, un berretto e pure un paio di guanti. Il papà continua a ritardare impunemente l’emancipazione del figlio. Lo accompagna ancora fino all’atrio e lo aiuta a togliere la giacca, la sciarpa, i guanti ed il berretto e ad inserirli in tasche, taschini e maniche. Poi gli mette a spalla lo zaino e gli consegna tutto il guardaroba fra le braccia. Infine il saluto e l’implicito “in bocca al pupo” alla creatura perché porti a termine la missione di appoggio del copricapo al maledetto gancio. Di corsa alla porta a vetri, chiusa sigillata come sempre. Il bimbo raggiunge il gancio e, per la voglia di fare in fretta, comincia a saltare senza essersi tolto lo zaino. Pesante. Il salto – già insidioso - è così reso 100 volte più difficoltoso. Di là dal vetro, il padre fa il tifo ma è difficilmente udibile nella confusione generale. Autonomia. Responsabilità. Il bimbo si accorge del problema. Si toglie lo zaino. Poi salta. Una volta, due, tre. Alla quarta o quinta volta, il cappuccio della giacca si fissa, finalmente. Il papà attende qualche frazione di secondo, timoroso di un qualche improbabile alito di vento o di un più probabile effetto corsa-di-bambini-urlanti che possa far crollare il castello. Non accade. L’adulto "fa la ola", di là dal vetro. Il piccolo è moderatamente e sobriamente soddisfatto, e si avvia con passo professionale verso il suo banco.
La strada è ancora lunga. I salti a vuoto sono ancora tanti. Sempre meno, però. Il bimbo, intanto, non ha più voluto che gli si togliesse il piumino già nell’atrio. “Me lo toglierò io, papà”. Vuole fare tutto da solo, l’ometto! L’adulto ancora presidia la corretta attuazione della procedura denominata “appoggio guardaroba”. Sempre dalla porta finestra. A tifare per lui. Con il passare delle settimane, i centimetri di altezza sono probabilmente aumentati, ed è più semplice il fissaggio al gancio.
Stamattina, però, il gancio a cui il bimbo solitamente appoggia il piumino è già occupato. Il papà “annusa” il lunedì mattina nella anomala indecisione di suo figlio, altre volte più coraggioso. “Come faccio ora?” sembra chiedersi il piccolo. Basterebbe trovare un altro gancio. No, non basterebbe. La giacca abusiva ha, infatti, coperto la borsina che contiene le sue scarpe da ginnastica. Urge, quindi, - volendo legittimare l’abuso per non sollevare discussioni - uno spostamento massivo del suo guardaroba ad altro gancio, non prima di avere provvisoriamente sganciato e poi riagganciato il copricapo (non più) intruso. Operazione complessa, particolarmente di lunedì mattina. Il papà vede, di nuovo, l’imbarazzo negli occhi del figlio che, rimanendo vestito, si ricorda della presenza del genitore e si avvicina alla porta a vetri. Gli rivolge qualche parolina preoccupata, che l’adulto non comprende. Ma che può immaginare.
In un mondo di ganci occupati, il bimbo ha più che mai bisogno del suo papà. Il quale scandisce “arrivo” e si precipita, ancora un volta, verso l’atrio della scuola. In un provvidenziale momento di distrazione della bidella, è agevole ricorrere al mimetismo per oltrepassare una terra proibita a chi ha più di 11 anni. Il papà arriva a destinazione e risolve la problematicità, evitando così ulteriori imbarazzi alla sua creatura e spingendola rassicurata in classe.
“Quando si ha un figlio, non si finisce mai di fare il papà” pensa l’adulto mentre percorre il corridoio con la più sfacciata noncuranza che riesce ad esprimere. Ci sarà sempre, lui, a fare il tifo per il suo piccolino che sale uno dopo l’altro i gradini della vita.
Quasi si commuoverebbe, a questo punto, se non fosse per un pensiero che si insinua nella sua mente. Un pensiero solo un po’ più pratico rispetto alle suddette riflessioni sulla vita e la crescita.
“Ma dico io” si domanda il premuroso papà “un mini sgabello IKEA …non era pensabile metterlo a disposizione degli alunni più piccoli per evitare tutta questa ... filosofia??”.
Un lieve sorriso movimenta le sue labbra. La bidella è lì che lo squadra. “Ma che avrà da ridere questo tipo?” potrebbe benissimo chiedersi. Meglio tornare nel mondo degli adulti.
Domani, però, alla stessa ora sarà di nuovo lì. Dietro la porta a vetri.
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sabato 2 dicembre 2017
Tentazioni di un "bookstore addicted"
Racconto breve di un venerdì pomeriggio in libreria, tra tentazioni più o meno resistibili
di Alberto Cardino
Ti piace come scrivo? Leggi il mio romanzo "6sei66 - Quattro vite oltre il Novecento"
La libreria è la mia casa. È il rifugio dei miei venerdì pomeriggio. Qui sublimo la mia solitudine rivendicando, nel contempo, una sentimentale comunanza con il genere umano. Quante persone incontro, attraverso i libri che hanno scritto e che sono esposti, in una libreria? Quanta vita, reale o fantastica, contemporanea o passata o futura? Seriosa o divertente? Forbita od essenziale?
Mi siedo in poltrona e vorrei, potrei in effetti, lavorare. Aprire il PC, estrarre le fotocopie, mandare e-mail e whatsapp, prendere appuntamenti e terminare un lavoro cominciato in ufficio. Riesco per poco a farlo, poi la voglia di lavorare decresce al calare della frequenza delle nuove mail che popolano la mia posta in arrivo. “Aggiorna” una volta, poi una seconda, aspetta un altro po’. Niente.
Manca ancora un angolo della libreria da ispezionare, per oggi? È mia consuetudine dare un’occhiata semi-veloce o lentamente progressiva quando entro in libreria, prima di tuffarmi a “lavorare” sulla comoda poltrona. Consciamente o meno, lascio sempre qualche angolo inesplorato per giustificare la pausa, che poi sono “le” pause. Mi alzo, dicevo sopra, e provo a colmare le lacune librarie. Mi interessano tutti i libri, e non me ne interessa nessuno. Me li comprerei tutti, sapendo che forse li leggerò o forse rimarranno sugli scaffali di casa per molto tempo. Se non trovo momentaneamente nulla, la mia rada propensione al risparmio prende coraggio, ma la delusione supera il sollievo dello scampato pericolo.
Devo pur tornare a “lavorare”, avendo terminato il tour. Che potrà, tuttavia, riprendere in altri spazi e sezioni, sì già frequentate ma …. i librai potrebbero aver inserito delle novità nel frattempo. Capita più spesso di quanto si potrebbe immaginare, bisogna stare all’erta! Intanto è arrivata una spam. Poi una newsletter che se fossi efficiente dovrei leggere, ma proprio oggi non riesco. Non la cancello, magari in un altro momento la riprenderò … Certo, come no.
“Aggiorna”, poi “aggiorna”. Niente. La pagina facebook langue di fake news, imprescindibili aggiornamenti sui programmi TV, ricette tradizionali, polemiche politiche, filippiche di un “amico” di cui non ricordavo l’esistenza. Il profilo linkedin mi notifica che è il compleanno di una persona di cui potrei avere un giorno bisogno per la mia carriera perché è “CEO” o “advisor” o “chief operations officer” di primaria società. Non riesco, tuttavia, a farle gli auguri. Magari domani, scusandomi per il ritardo …. Un volo sul sito di un quotidiano, assicurandomi di aver silenziato tutto per non farmi sorprendere dall’irruzione della pubblicità di una notissima pay-tv che mi racconta l’emozione sincera e multiforme che è capace di trasmettermi. Come no.
Vorrò mica sprofondare in questa comodissima poltrona? “Aggiorna” la mail. Niente. Che peccato. Mi rialzo e cambio piano.
Adoro le librerie a più piani. Non mi importa nulla dei libri di sport, ma li esploro ugualmente. Aborro anche solo la parola “decoupage”, ma un giretto nella relativa sezione è d’obbligo, non sia mai che mi sfugga un temperino particolare o una matita capace di rendere la mia scrittura più leggibile. Come no. O un timbro multifunzionale un po’ anni Ottanta, che una parte di me vorrebbe di cuore possedere; l’altra parte invece potrebbe anche annegare nella colpa, se l’acquisto andasse in porto.
Il pomeriggio, intanto, bene o male passa. Fuori l’inverno fa tutto buio presto. Si avvicina l’ora di tornare a casa, avendo lavorato circa un decimo di quanto preventivato. Accanto alla comodissima poltrona, sul tavolino sono appoggiati dei libri che, a seguito delle varie mie ispezioni, ho raccolto “per consultazione”. Certo, come no. È ancora possibile evitare il disastro, la spesa, l’erosione del risparmio per i miei figli, la prenotazione di un nuovo spazio (che non c’è) sugli scaffali di casa. L’austerità sabaudeggiante e la responsabilità interiore che provo in certi momenti sono in grado, non di rado, di fare il miracolo. A quel punto, con la morte nel cuore esaurisco velocemente il dovere di vestizione, chiudendo la giacca in modo che sia impossibile riaprirla. Prendo lo zaino e scappo a passo svelto. Non di corsa perché non si corre in libreria. I libri sono rimasti sul tavolino, “in consultazione”. Fanno parte del passato, ormai. Forse ci rincontreremo, un giorno (magari già venerdì prossimo). Ora siete, però, alle mie spalle. E non torno indietro.
Arrivato all’uscita, è quasi un sollievo superare il varco e respirare l’aria pura, insatura di libri ed altre tentazioni del diavolo.
In altre occasioni, la carne è più debole. La droga dell’acquisto produce biecamente i suoi effetti, creando astinenze pur laddove le pareti di casa sono ormai coperte all’inverosimile di volumi. Non è possibile evitare di prendere in mano, dopo aver compiuto la vestizione, i testi “in consultazione”. Una scritta vedono i miei occhi, sotto i loro titoli: “NON MI RIPORRE. ORMAI SONO TUO”. A quel punto, è molto difficile spezzare l’incantesimo. Poniamo che una savia reminiscenza abbia il sopravvento per un decimo di secondo: ma io l’ho già comprato, questo libro. Cosa sto facendo? Ebbene, i miei neuroni a forma di cassa di una libreria troverebbero ugualmente una giustificazione inossidabile per l’acquisto. “Al limite lo regalo, il doppione”. Certo, come no.
Nel percorso verso la cassa, il cuore batte forte, la nevrosi spinge ad immaginare che dietro di me il pavimento sprofondi e mi costringa a non fermarmi. Fermarsi sarebbe come affrontare l’apocalisse, la distruzione, la fine di tutto. Un lampo di buon senso ancora riesce a scuotere il brodo di neuroni strafatti in sprazzi di tempo intermittenti, quando l’apocalisse si rovescia in soluzione (“la tua salvezza è fermarti”) e la soluzione in apocalisse. Ma è un fuoco di paglia. La cassa è lì, a pochi metri. Se non c’è nessuno in coda, le speranze si riducono al lumicino.
Se c’è coda, un ultimo atto di resistenza e rigetto è ancora possibile. O forse no. Altri si mettono, infatti, in coda dietro di me. Faccio parte ormai di quella grande famiglia di autori, amanti della lettura e frequentatori di librerie a cui desidero associare la mia solitudine. È la mia famiglia, non può farmi del male. La cassiera mi sorride, e con tono suadente mi chiede “carta fedeltà?”. La mia risposta è un convinto, appassionato, inevitabile e liberatorio “Sì!”. È fatta. Il cuore si tranquillizza. Sto meglio. Certo, come no.
Tra la cassa e l’uscita sono l’uomo più felice ed appagato del mondo. Incontrando la sera fredda sulle guance, si palesa però, proiettato sull’edificio di fronte, un volto femminile. Palesemente inc..z..ato. Non sento cosa mi dice, ma intuisco dal labiale che sia “ancora libri?” e poi una, due, tre male parole.
Ha ragione, la mia visione. È il buon senso che non ho avuto, l’autocontrollo che mi ha perduto, quello che sarebbe potuto essere e che purtroppo non è stato.
Spero, anche questa volta, di essere perdonato. Certo, come no.
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