mercoledì 17 gennaio 2018

Ti vedo crescere...da dietro la porta a vetri

Fonte: Corriere Fiorentino


Gradino dopo gradino. Si cresce impercettibilmente giorno per giorno. Un bambino di quasi 6 anni inizia la prima elementare. Lo accompagnano la mamma ed il papà, fino all'ingresso della classe. Con lo zaino già pesante, la giacca ancora leggera di un settembre ogni anno più estivo.

Poi la mamma, passando i giorni, riesce a lasciare suo figlio nell'atrio della scuola, concedendogli solo una piccola agevolazione. Gli toglie di dosso la giacchina, poi gli sistema lo zaino sulle spalle ed infine gli consegna la giacchina fra le braccia. Così il bambino potrà velocizzare il suo ingresso in classe. Il papà, intanto, è già corso verso la porta a vetri chiusa, situata a lato della scuola, che regala proprio la visuale del corridoio e dell’uscio che il figlio dovrà oltrepassare per entrare in aula. Così potrà controllarlo fino a quando non sarà entrato in classe. Dopo pochi minuti, la mamma raggiunge il papà nel luogo adibito allo spionaggio.

Il piccolo, dietro lo schermo trasparente e insuperabile, deve affrontare un problema serio e potenzialmente imbarazzante. Non ci arriva. Dicevo che non ha ancora sei anni. E non ci arriva. Non arriva al gancio. Quello a cui deve appendere il giacchino. Un saltino timido. Niente. Un altro meno timido. Ancora niente. Il giacchino si lascia scivolare a terra. Il papà da fuori fa il tifo per il suo bambino. Ma al terzo saltino, frutto di uno sforzo marcato ma che non porta al risultato sperato, lui non resiste. Si precipita nell’atrio della scuola, si giustifica con la bidella accigliata adducendo una dimenticanza importante, poi raggiunge il piccolo, lo consola, gli prende il giacchino e lo fissa al gancio. “Vai pure ora, amore mio” gli dice, poi esce e rassicura anche la mamma.

Nei giorni in cui tocca a lui, il papà tende a trasgredire la “regola” che imporrebbe una progressiva autonomia in capo al fanciullo e lo accompagna ancora fino all’uscio della classe. Dopo alcuni richiami dalle bidelle, il padre prova di nuovo ad alzare la campana di vetro. Continua a togliere al bimbo la sua giacchina e a dargliela fra le mani, ma lo lascia nell’atrio e poi corre al punto di spionaggio per controllare che vada tutto a buon fine. Il gancio è alla stessa altezza di sempre. Il bimbo fa un saltino. Niente. Ne fa un altro. Ancora mancato. Una mamma generosa, che si trova incredibilmente là dove lui non può più andare, aiuta il piccolo evitandogli il terzo, rischioso tentativo. Anche per questa volta, il papà in ansia tira un sospiro di sollievo.

Passando i giorni, la giacca si fa man mano più pesante al procedere dell’autunno. Compaiono, a complicare lo scenario, anche una sciarpa, un berretto e pure un paio di guanti. Il papà continua a ritardare impunemente l’emancipazione del figlio. Lo accompagna ancora fino all’atrio e lo aiuta a togliere la giacca, la sciarpa, i guanti ed il berretto e ad inserirli in tasche, taschini e maniche. Poi gli mette a spalla lo zaino e gli consegna tutto il guardaroba fra le braccia. Infine il saluto e l’implicito “in bocca al pupo” alla creatura perché porti a termine la missione di appoggio del copricapo al maledetto gancio. Di corsa alla porta a vetri, chiusa sigillata come sempre. Il bimbo raggiunge il gancio e, per la voglia di fare in fretta, comincia a saltare senza essersi tolto lo zaino. Pesante. Il salto – già insidioso - è così reso 100 volte più difficoltoso. Di là dal vetro, il padre fa il tifo ma è difficilmente udibile nella confusione generale. Autonomia. Responsabilità. Il bimbo si accorge del problema. Si toglie lo zaino. Poi salta. Una volta, due, tre. Alla quarta o quinta volta, il cappuccio della giacca si fissa, finalmente. Il papà attende qualche frazione di secondo, timoroso di un qualche improbabile alito di vento o di un più probabile effetto corsa-di-bambini-urlanti che possa far crollare il castello. Non accade. L’adulto "fa la ola", di là dal vetro. Il piccolo è moderatamente e sobriamente soddisfatto, e si avvia con passo professionale verso il suo banco.

La strada è ancora lunga. I salti a vuoto sono ancora tanti. Sempre meno, però. Il bimbo, intanto, non ha più voluto che gli si togliesse il piumino già nell’atrio. “Me lo toglierò io, papà”. Vuole fare tutto da solo, l’ometto! L’adulto ancora presidia la corretta attuazione della procedura denominata “appoggio guardaroba”. Sempre dalla porta finestra. A tifare per lui. Con il passare delle settimane, i centimetri di altezza sono probabilmente aumentati, ed è più semplice il fissaggio al gancio.

Stamattina, però, il gancio a cui il bimbo solitamente appoggia il piumino è già occupato. Il papà “annusa” il lunedì mattina nella anomala indecisione di suo figlio, altre volte più coraggioso. “Come faccio ora?” sembra chiedersi il piccolo. Basterebbe trovare un altro gancio. No, non basterebbe. La giacca abusiva ha, infatti, coperto la borsina che contiene le sue scarpe da ginnastica. Urge, quindi, - volendo legittimare l’abuso per non sollevare discussioni - uno spostamento massivo del suo guardaroba ad altro gancio, non prima di avere provvisoriamente sganciato e poi riagganciato il copricapo (non più) intruso. Operazione complessa, particolarmente di lunedì mattina. Il papà vede, di nuovo, l’imbarazzo negli occhi del figlio che, rimanendo vestito, si ricorda della presenza del genitore e si avvicina alla porta a vetri. Gli rivolge qualche parolina preoccupata, che l’adulto non comprende. Ma che può immaginare.

In un mondo di ganci occupati, il bimbo ha più che mai bisogno del suo papà. Il quale scandisce “arrivo” e si precipita, ancora un volta, verso l’atrio della scuola. In un provvidenziale momento di distrazione della bidella, è agevole ricorrere al mimetismo per oltrepassare una terra proibita a chi ha più di 11 anni. Il papà arriva a destinazione e risolve la problematicità, evitando così ulteriori imbarazzi alla sua creatura e spingendola rassicurata in classe.

“Quando si ha un figlio, non si finisce mai di fare il papà” pensa l’adulto mentre percorre il corridoio con la più sfacciata noncuranza che riesce ad esprimere. Ci sarà sempre, lui, a fare il tifo per il suo piccolino che sale uno dopo l’altro i gradini della vita.
Quasi si commuoverebbe, a questo punto, se non fosse per un pensiero che si insinua nella sua mente. Un pensiero solo un po’ più pratico rispetto alle suddette riflessioni sulla vita e la crescita.

“Ma dico io” si domanda il premuroso papà “un mini sgabello IKEA …non era pensabile metterlo a disposizione degli  alunni più piccoli per evitare tutta questa ... filosofia??”.

Un lieve sorriso movimenta le sue labbra. La bidella è lì che lo squadra. “Ma che avrà da ridere questo tipo?” potrebbe benissimo chiedersi. Meglio tornare nel mondo degli adulti.
Domani, però, alla stessa ora sarà di nuovo lì. Dietro la porta a vetri.
Sgabello IKEA

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