martedì 30 gennaio 2018

Genesi di un romanzo: 4) Rimetterci mano?



Partecipa, il prossimo 14 Febbraio 2018, alla presentazione del romanzo 6sei66 che avverrà presso la Libreria Voltapagina a Parma: leggi di più sull'evento

Ciao sono Alberto, l'autore di 6sei66. Vuoi conoscermi meglio? Provo a farmi qualche domanda e a darmi qualche risposta. Inizio con: 

Rimetterci mano?

(CONTINUA) ….Ripongo nel cassetto il mio romanzo per un numero di settimane, forse mesi, che non ricordo con precisione. L’idea di rimetterci pesantemente mano quasi mi disgusta. La sindrome dell’artista incompreso mi spinge, piuttosto, a considerare chiusa la mia esperienza di scrittore. In quale direzione, poi, dovrei intervenire? In quali punti della storia dovrei affondare il bisturi? Altro tempo da sacrificare ad un esito del tutto incerto!
Certo che …. tenere nel cassetto qualcosa a cui ho dedicato tanto lavoro … mi irrita non poco. Una possibile soluzione mi arriva da una rivista che dedica un articolo alle cosiddette “agenzie letterarie” che accompagnano gli scrittori esordienti a realizzare un prodotto accettabile per le case editrici. Ne individuo una fra quelle citate nella rivista ed invio una mail per chiedere informazioni. Ricevo presto una risposta e decido di sottoporre, a pagamento, la mia opera all’attenzione dei miei nuovi interlocutori. Mi arriva, qualche tempo dopo, una scheda che analizza il romanzo, con l’invito a parlarne al telefono. La telefonata è cordiale ed informale, ma individua sbocchi quasi nulli a meno di una radicale revisione, prospettata già nel report scritto. Pur avendo molti contatti nel mondo dell’editoria, mi sembra chiaro che l’agenzia non ritenga opportuno “spendersi” per il mio libro.
Si chiude, così, questo rapporto “occasionale” con una postilla: se provi a riscrivere un capitolo secondo le indicazioni del report e poi me lo inoltri, posso darti un feedback sull’opportunità di continuare in questa direzione. Così mi viene detto. Metto, quindi, le mani sul capitolo che ha come protagonista il danese Gustav a metà degli anni Ottanta.
Comprendo subito che non sarà una cosa facile. Ma ci provo. È faticoso e, all’inizio, è un lavoro che non mi entusiasma. Mi pare, tuttavia, di trovare man mano una “chiave” di modifica e nuova interpretazione del testo, che alla fine mi soddisfa abbastanza. Invio il nuovo capitolo aggiornato all’agenzia. Non riceverò mai una risposta, associando questo atteggiamento ad una sostanziale risposta negativa. “Non sei riuscito a migliorarti, lascia perdere” è come se mi fosse stato detto con la voce del silenzio.
Un’altra delusione, seguita da un altro periodo in cui sto “fermo”. Ancora una volta, non ricordo il tempo preciso di questo altro blocco. Ad un certo punto, però, riparto. Forse è lo stimolo dei concorsi letterari, a scrollarmi. In fondo un capitolo l’ho già rivoluzionato: potrei fare altrettanto con tutti i restanti capitoli. Più dialoghi, meno testi didascalici. È difficile “allungare” le scene per renderle più vive. Spesso capita che l’allungamento avvenga, ma che la scena non sia affatto più viva, anzi faccia sbadigliare dalla noia. È ancora più frustrante tagliare frasi, periodi, a volte interi paragrafi: mi pare di buttar via del cibo. Ma lo devo fare, mi convinco. Dopo un lavoro esteso e faticoso, più o meno incisivo a seconda dei personaggi, delle situazioni e delle specifiche ambientazioni, partorisco di nuovo la mia opera, che rinasce a nuova vita….

[CONTINUA] 
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Genesi di un romanzo: 3) Chi credo di essere, Manzoni?


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Ciao sono Alberto, l'autore di 6sei66. Vuoi conoscermi meglio? Provo a farmi qualche domanda e a darmi qualche risposta. Inizio con: 

Chi credo di essere, Manzoni?

(CONTINUA) Avendo terminato di trasferire il testo dal quaderno al supporto digitale, ancora gasatissimo per i complimenti dei familiari, comincio ad inviarlo in pdf alle case editrici. Ma non a quelle di provincia, o cosiddette minori. Punto subito in alto, ai templi della narrativa e del giornalismo, che pubblicano tanto i classici più blasonati quanto gli ultimi talenti alla moda. Sì, poi, a calare, invio anche alle "minori". Alcune chiedono il cartaceo e l'invio per posta ordinaria. Alle Poste cominciano a riconoscermi. Intanto passano le settimane, poi i mesi. Ma niente. Le mie certezze cominciano a vacillare.
Presa definitivamente consapevolezza della scarsa probabilità di ricevere risposte, mi tuffo nei concorsi letterari per esordienti, che prima avevo snobbato. Anche in questo caso, i tempi di valutazione sono interminabili. Per un concorso, è prevista una fase di lettura degli incipit estesa a tutti i partecipanti: me ne ritrovo da leggere e valutare dieci, scritti da miei “concorrenti” anonimi. Pena la non ammissione alle fasi successive. È un’esperienza interessante, quella del recensore per caso, di cui parlerò.
Intanto comincio a ricevere qualche risposta, anche positiva. Ma si tratta di sole case editrici “a pagamento”, che cioè impongono allo scrittore contraente di acquistare un numero minimo di copie e, comunque, si tratta di editor quasi sconosciuti. “Ce la devo fare da solo” continuo a ripetermi. E puntare ad una casa editrice conosciuta oppure, per lo meno, a vincere un concorso. Facile.
Dopo mesi di mancate risposte, arriva il giorno della pubblicazione dei nomi degli scrittori che accedono alla fase successiva del particolare torneo che vede i candidati giudicarsi a vicenda. Chi “passa” deve quindi ringraziare i suoi diretti concorrenti. Do per scontato di superare la prova. Non la supero. E scopro anche le motivazioni: sono infatti accessibili i commenti anonimi dei 10 valutatori del mio incipit. È una doccia fredda. Alcune recensioni mi fanno arrabbiare, altre sono sensate e, alla fine, condivisibili. In generale, è un salutare bagno di umiltà. A questo punto, mi fermo e decido di non mandare più il mio ammaccato romanzo ad alcun editor fino a quando non l’avrò “riparato”. Ma occorre cercare un buon meccanico…

[CONTINUA] 
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Genesi di un romanzo: 2) Perché proprio a matita? E dove pensavo di arrivare?


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Perché proprio a matita? E dove pensavo di arrivare?

(CONTINUA) Riscrivere un libro in formato digitale, copiandolo dal quaderno consumato di segni e parole a matita che capisco solo io (a volte neanche io), non è un’attività entusiasmante. Ti chiedi mille volte “perché, povero id…ta, non hai scritto subito tutto su word?”. Perché? Non lo so con precisione. Forse è stata la voglia di tornare a scrivere a mano, dopo anni di battute forsennate sulla tastiera. Un desiderio connaturato, in me, alla stessa idea di scrivere una storia. Anche ora, che racconto la genesi del romanzo, mi ritrovo a scrivere a mano prima di ricopiare il testo sui social.
Non è solo la scrittura a mano che cerco. C’è anche lo scrivere a matita e non a biro. Mi sembra, così, un lavoro più “artigianale” perché modificabile o addirittura cancellabile del tutto. Del tutto no, in realtà. Rimane sempre il residuo di ciò che è stato cancellato: un segno sbiadito, una storia, una evoluzione, un consumo di intelletto e di carta.
È lunga la procedura di videoscrittura di un intero libro. Alcuni errori sono corretti dal programma in automatico, altri no. La rilettura consente, però, nuove aperture, nuove suggestioni. E questo è bene. Scrivi e riscrivi, il libro assume ad un certo punto una inedita unitarietà, seppur ancora provvisoria. Questo è un momento felice, che in parte ti ripaga della fatica e, diciamolo pure, della noia talvolta sofferta. L’illusione un po’ infantile che mi prende, dopo la supposta “fine lavori”, è che l’opera letteraria sia davvero pronta. Un po’ troppo corta, forse. Ma mi dico che sono semplicemente sintetico: è il mio stile. Ora non la voglio più toccare, deve per forza andare bene così.
In questo modo, però, sfioro l’ottusità! Me ne rendo conto, e mi prende la reazione opposta. Depressione. Come ho potuto solo pensare di scrivere un libro, io che al liceo era tanto se prendevo 6 e mezzo di tema? Mi apro allora alla famiglia. Faccio leggere il testo a persone che mi vogliono bene. I commenti sono molto positivi, con alcuni suggerimenti che subito cerco di utilizzare.
Mi piace vincere facile: è la mia famiglia. Cosa mi aspettavo, che mi stroncasse? Sorella con tre lauree, lettrice accanita da sempre, mi dice “scopro di avere un fratello scrittore!”. Mi “gaso” non poco, e dopo aver fatto le modifiche suggerite inizio a tamburo battente la campagna di diffusione.
Un po’ snobbo, all’inizio, i concorsi letterari per esordienti. Vado diritto alle case editrici. Vuoi che la Mondadori, vedendosi recapitare il mio romanzo, non lo pubblichi subito ricoprendomi di guadagni? I tempi previsti da grandi e piccoli editor sono però…lunghissimi! Si va dai 3 mesi (ma è raro) ai 6 mesi (più frequente) fino ai 9 mesi. Un vero e proprio parto! Mi metto in questa testolina partita per la tangente che per me faranno un’eccezione. Figurarsi se impiegheranno sei mesi per rispondermi, ovviamente positivamente.
Forse avrete già intuito che sto andando incontro ad un….30 a zero? Magari 25? No, più probabilmente 40 a zero…

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Genesi di un romanzo: 1) Quando ho iniziato a scrivere?

Fonte: www.grandefabbricadelleparole.it

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Quando ho iniziato a scrivere?

Non molti anni fa ... O meglio: da ragazzo non scrivevo molto. Non si usava ancora Internet, quando frequentavo le scuole medie: eravamo a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta. A metà dei Novanta mi sono diplomato ed ho iniziato l'Università, lontano da casa. Ho cominciato a scrivere lettere a compagne di liceo: proprio lettere di carta (ora mi sembra impossibile, a ripensarci!), dove provavo ad esprimermi come non riuscivo a fare di persona. Parlando di amicizia, sentimenti, speranze, delusioni. Forse è stata questa la spinta: ovviare alla timidezza per farmi conoscere più in profondità dalle persone.
Verso la fine dei Novanta, ho sperimentato le lettere d'amore. Internet e la posta elettronica si stavano diffondendo, ma la carta era ancora così...romantica! Negli anni zero le e-mail mi hanno conquistato: ho cominciato a riversare le mie parole sullo schermo, per spiegare, ringraziare, ricordare, esprimere stima e affetto, litigare...
Negli anni Dieci ho coltivato, lentamente, l'idea di scrivere un libro. Ho cominciato nel 2013, in coincidenza con la perdita del lavoro ed i tentativi di trovarne un altro. Mi sono messo a scrivere su un quaderno, a matita. Quasi una ribellione alla dittatura del PC. L'idea si è sviluppata man mano, nelle pause pranzo in libreria, nei parchi mentre avanzava la bella stagione, sul terrazzo di casa nelle serate tardo-primaverili. Tutto un romanzo scritto a mano, avviato, poi abbandonato in mancanza di ispirazione, poi ripreso, poi di nuovo abbandonato, poi ripreso....A volte ero un fiume in piena di parole e riempivo tante pagine in poco tempo, altre volte stavo interminabili minuti su una stessa frase...
Non è stato facile, ma è stato bello costruire una storia. Poi ho cominciato ad aver voglia di condividerla....ed è iniziata la fase, forse ancora più pesante, della riscrittura su supporto informatico....

[CONTINUA] 
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venerdì 19 gennaio 2018

A San Valentino passa in libreria ... alla presentazione di 6sei66!

Fonte: lafeltrinelli.it
Fonte: lafeltrinelli.it

Non mancare, il giorno di San Valentino, 14 Febbraio 2018 alle ore 18:00, alla presentazione del romanzo "6sei66 - Quattro vite oltre il Novecento"! L'incontro si terrà alla Libreria Voltapagina a Parma e vedrà la partecipazione come relatore del dott. Christian Stocchi.

6sei66 racconta le storie di quattro europei nati lo stesso giorno, appunto il 6 Giugno 1966. Persone immaginarie che, nella realtà, avrebbero ora poco più di 50 anni. Un periodo, l'ultimo cinquantennio, segnato da profondi cambiamenti in Europa e nel mondo. Delle vite dei protagonisti, sono proposti fotogrammi scattati in ogni decennio a partire dai Sessanta fino agli Anni Dieci. Quattro storie destinate ad incontrarsi e a "riconoscersi" anche grazie ai figli, rappresentanti di una generazione - quella dei Millennials - che ha davanti a sé grandi incertezze e grandi speranze...

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mercoledì 17 gennaio 2018

Ti vedo crescere...da dietro la porta a vetri

Fonte: Corriere Fiorentino


Gradino dopo gradino. Si cresce impercettibilmente giorno per giorno. Un bambino di quasi 6 anni inizia la prima elementare. Lo accompagnano la mamma ed il papà, fino all'ingresso della classe. Con lo zaino già pesante, la giacca ancora leggera di un settembre ogni anno più estivo.

Poi la mamma, passando i giorni, riesce a lasciare suo figlio nell'atrio della scuola, concedendogli solo una piccola agevolazione. Gli toglie di dosso la giacchina, poi gli sistema lo zaino sulle spalle ed infine gli consegna la giacchina fra le braccia. Così il bambino potrà velocizzare il suo ingresso in classe. Il papà, intanto, è già corso verso la porta a vetri chiusa, situata a lato della scuola, che regala proprio la visuale del corridoio e dell’uscio che il figlio dovrà oltrepassare per entrare in aula. Così potrà controllarlo fino a quando non sarà entrato in classe. Dopo pochi minuti, la mamma raggiunge il papà nel luogo adibito allo spionaggio.

Il piccolo, dietro lo schermo trasparente e insuperabile, deve affrontare un problema serio e potenzialmente imbarazzante. Non ci arriva. Dicevo che non ha ancora sei anni. E non ci arriva. Non arriva al gancio. Quello a cui deve appendere il giacchino. Un saltino timido. Niente. Un altro meno timido. Ancora niente. Il giacchino si lascia scivolare a terra. Il papà da fuori fa il tifo per il suo bambino. Ma al terzo saltino, frutto di uno sforzo marcato ma che non porta al risultato sperato, lui non resiste. Si precipita nell’atrio della scuola, si giustifica con la bidella accigliata adducendo una dimenticanza importante, poi raggiunge il piccolo, lo consola, gli prende il giacchino e lo fissa al gancio. “Vai pure ora, amore mio” gli dice, poi esce e rassicura anche la mamma.

Nei giorni in cui tocca a lui, il papà tende a trasgredire la “regola” che imporrebbe una progressiva autonomia in capo al fanciullo e lo accompagna ancora fino all’uscio della classe. Dopo alcuni richiami dalle bidelle, il padre prova di nuovo ad alzare la campana di vetro. Continua a togliere al bimbo la sua giacchina e a dargliela fra le mani, ma lo lascia nell’atrio e poi corre al punto di spionaggio per controllare che vada tutto a buon fine. Il gancio è alla stessa altezza di sempre. Il bimbo fa un saltino. Niente. Ne fa un altro. Ancora mancato. Una mamma generosa, che si trova incredibilmente là dove lui non può più andare, aiuta il piccolo evitandogli il terzo, rischioso tentativo. Anche per questa volta, il papà in ansia tira un sospiro di sollievo.

Passando i giorni, la giacca si fa man mano più pesante al procedere dell’autunno. Compaiono, a complicare lo scenario, anche una sciarpa, un berretto e pure un paio di guanti. Il papà continua a ritardare impunemente l’emancipazione del figlio. Lo accompagna ancora fino all’atrio e lo aiuta a togliere la giacca, la sciarpa, i guanti ed il berretto e ad inserirli in tasche, taschini e maniche. Poi gli mette a spalla lo zaino e gli consegna tutto il guardaroba fra le braccia. Infine il saluto e l’implicito “in bocca al pupo” alla creatura perché porti a termine la missione di appoggio del copricapo al maledetto gancio. Di corsa alla porta a vetri, chiusa sigillata come sempre. Il bimbo raggiunge il gancio e, per la voglia di fare in fretta, comincia a saltare senza essersi tolto lo zaino. Pesante. Il salto – già insidioso - è così reso 100 volte più difficoltoso. Di là dal vetro, il padre fa il tifo ma è difficilmente udibile nella confusione generale. Autonomia. Responsabilità. Il bimbo si accorge del problema. Si toglie lo zaino. Poi salta. Una volta, due, tre. Alla quarta o quinta volta, il cappuccio della giacca si fissa, finalmente. Il papà attende qualche frazione di secondo, timoroso di un qualche improbabile alito di vento o di un più probabile effetto corsa-di-bambini-urlanti che possa far crollare il castello. Non accade. L’adulto "fa la ola", di là dal vetro. Il piccolo è moderatamente e sobriamente soddisfatto, e si avvia con passo professionale verso il suo banco.

La strada è ancora lunga. I salti a vuoto sono ancora tanti. Sempre meno, però. Il bimbo, intanto, non ha più voluto che gli si togliesse il piumino già nell’atrio. “Me lo toglierò io, papà”. Vuole fare tutto da solo, l’ometto! L’adulto ancora presidia la corretta attuazione della procedura denominata “appoggio guardaroba”. Sempre dalla porta finestra. A tifare per lui. Con il passare delle settimane, i centimetri di altezza sono probabilmente aumentati, ed è più semplice il fissaggio al gancio.

Stamattina, però, il gancio a cui il bimbo solitamente appoggia il piumino è già occupato. Il papà “annusa” il lunedì mattina nella anomala indecisione di suo figlio, altre volte più coraggioso. “Come faccio ora?” sembra chiedersi il piccolo. Basterebbe trovare un altro gancio. No, non basterebbe. La giacca abusiva ha, infatti, coperto la borsina che contiene le sue scarpe da ginnastica. Urge, quindi, - volendo legittimare l’abuso per non sollevare discussioni - uno spostamento massivo del suo guardaroba ad altro gancio, non prima di avere provvisoriamente sganciato e poi riagganciato il copricapo (non più) intruso. Operazione complessa, particolarmente di lunedì mattina. Il papà vede, di nuovo, l’imbarazzo negli occhi del figlio che, rimanendo vestito, si ricorda della presenza del genitore e si avvicina alla porta a vetri. Gli rivolge qualche parolina preoccupata, che l’adulto non comprende. Ma che può immaginare.

In un mondo di ganci occupati, il bimbo ha più che mai bisogno del suo papà. Il quale scandisce “arrivo” e si precipita, ancora un volta, verso l’atrio della scuola. In un provvidenziale momento di distrazione della bidella, è agevole ricorrere al mimetismo per oltrepassare una terra proibita a chi ha più di 11 anni. Il papà arriva a destinazione e risolve la problematicità, evitando così ulteriori imbarazzi alla sua creatura e spingendola rassicurata in classe.

“Quando si ha un figlio, non si finisce mai di fare il papà” pensa l’adulto mentre percorre il corridoio con la più sfacciata noncuranza che riesce ad esprimere. Ci sarà sempre, lui, a fare il tifo per il suo piccolino che sale uno dopo l’altro i gradini della vita.
Quasi si commuoverebbe, a questo punto, se non fosse per un pensiero che si insinua nella sua mente. Un pensiero solo un po’ più pratico rispetto alle suddette riflessioni sulla vita e la crescita.

“Ma dico io” si domanda il premuroso papà “un mini sgabello IKEA …non era pensabile metterlo a disposizione degli  alunni più piccoli per evitare tutta questa ... filosofia??”.

Un lieve sorriso movimenta le sue labbra. La bidella è lì che lo squadra. “Ma che avrà da ridere questo tipo?” potrebbe benissimo chiedersi. Meglio tornare nel mondo degli adulti.
Domani, però, alla stessa ora sarà di nuovo lì. Dietro la porta a vetri.
Sgabello IKEA

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Insegnanti: una centralità da riscoprire

Lavagna elettronica a scuola
Lavagna elettronica a scuola

L’editoriale di Patrizia Ginepri del 10 Gennaio racconta, attraverso la testimonianza di una insegnante, la condizione di timore diffuso in cui vivono i docenti a causa della rottura del patto fra scuola e famiglia.
Vorrei aggiungere qualche appunto, che traggo dalla mia esperienza (ormai abbastanza lontana) di ex alunno/studente e da quella, più recente, di genitore. È vero: gli insegnanti hanno un ruolo fondamentale per lo sviluppo di una comunità. Un ruolo, tuttavia, spesso sottovalutato, ignorato e mortificato da una società smarrita ed egoista e dalle stesse istituzioni che dovrebbero difenderlo e tutelarlo. Vado oltre: secondo me la scuola ha una funzione più importante della stessa famiglia perché ha il dovere di offrire a tutti, soprattutto a chi parte da condizioni di svantaggio (economico, culturale, familiare appunto) l’opportunità di emanciparsi ed emergere per i suoi meriti.
Questa missione è, tuttavia, ostacolata da un senso etico che, in vasti settori della società, è a dir poco annacquato e di cui l’irresponsabilità della “politica” è un effetto più che una causa. Temo che il mestiere di insegnante in Italia non sia immune da questa amoralità di sistema.
Provoco: siamo sicuri che lo scarso riconoscimento (economico, istituzionale, morale) del ruolo non sia, in molti casi, un alibi per non aggiornarsi, non formarsi, non aprirsi al nuovo?
Quanti insegnanti utilizzano la lavagna ed il registro elettronici?
Quanti partecipano (anche senza bonus) ai corsi di aggiornamento, sempre più necessari in un mondo in continua evoluzione? Quanti riconoscono davvero le “diversità” all’interno di una classe: tutte le culture, tutte le sensibilità che – oggi più di ieri – possono essere valorizzate come straordinario laboratorio di integrazione per la società di domani?
Siamo sicuri che tutti gli insegnanti siano davvero consapevoli, oltre che delle difficoltà e del sacrificio che viene loro richiesto, anche del loro ruolo cruciale in una società che cambia?
Si aggiornano proprio tutti sulle nuove tecnologie dell’informazione, capaci come mai prima d’ora di valorizzare le intelligenze di tutti (compresi, ad esempio, i bambini dislessici)?
Si sforzano davvero, pur in un contesto problematico, di cogliere le enormi opportunità dei nostri tempi?
La “paura” della maestra “Maria”, e di molti altri docenti, mi pone qualche dubbio al riguardo. Una paura che porta a soffermarsi sul “dito” – con la vulgata generalizzata della maleducazione ora imperante e su quanto si stesse meglio ai tempi in cui la disciplina era rispettata – senza vedere la “luna”, una bella luna. Ovvero il futuro della nostra società che gli insegnanti hanno il privilegio di cogliere in anteprima assoluta nelle loro classi.
Così torniamo al loro ruolo, tanto cruciale da richiedere passione, apertura incondizionata al nuovo e desiderio di aggiornarsi senza ritenersi mai appagati di apprendere. E soprattutto senza avere paura.

(Lettera al direttore pubblicata sulla Gazzetta di Parma del 12 Gennaio 2018)

lunedì 15 gennaio 2018

Come siamo tornati indietro: la realtà dietro una statistica sul reddito




L'editoriale di Aldo Tagliaferro del 4 Gennaio scorso elenca efficacemente ed impietosamente i problemi strutturali del nostro Paese che, pur in un contesto internazionale di ripresa, ci inchiodano all’ultimo posto nelle performance di crescita. Debito pubblico esorbitante, burocrazia inefficiente, incapacità di cogliere le opportunità del QE. Un dato, fra quelli esposti, mi colpisce: un reddito pro-capite inferiore al livello del 2007

Undici anni fa. Riavvolgo il nastro. Per la verità, allora non mi sentivo “in ripresa”, eppure la grande crisi non era ancora scoppiata. Oggettivamente, avevo un po’ più di soldi da spendere: mi ero appena sposato ed ero ancora senza figli. A ripensarci, le prospettive di allora, pur insufficienti, erano migliori di quelle attuali. Ad esempio, mi permisi un viaggio a Stoccolma in hotel a 4 stelle. Mai avuto un contratto a tempo indeterminato: tuttavia, allora progettavo il futuro con relativo ottimismo. Per lavoro, aiutavo le persone ad avviare la loro impresa. Non necessariamente una “startup innovativa”. Era ancora possibile ottenere incentivi per aprire un centro estetico. Adesso, per ottenerli, bisogna almeno sapere di nanoparticelle o realtà aumentata! L’insensatezza burocratica era uguale: direi, per la verità, che i servizi pubblici sono addirittura peggiorati. Le Poste non fanno più le Poste. I treni regionali sono gli stessi di allora (ma invecchiati di 10 anni), come i loro ritardi. Si è investito sulle Frecce, che coprono bisogni tutto sommato marginali della popolazione: in un Paese civile è invece indispensabile che siano efficienti i servizi per i pendolari. 

Ricordo una trasferta a Trento, in quel 2007, per il Festival dell’Economia. Parlava anche Prodi, allora premier agli sgoccioli. Di fronte alla protesta di un gruppo di attivisti NIMBY fuori contesto, lui lasciò che salissero sul palco e li ascoltò. Poi, però, tirò diritto con la sua relazione, come se niente fosse. Non ricordo con precisione lo specifico tema NIMBY (l’aeroporto militare USA di Aviano?), ma ricordo che apprezzai la caparbietà di Prodi nel voler “stare sul pezzo”, senza lisciare il pelo a proteste magari giuste ma intempestive. Tirare dritto non vuol dire non ascoltare. 

Credo che negli ultimi 10 anni sia mancata proprio la capacità di ascoltare davvero. E quindi di decidere davvero per il bene di tutti.  

Alberto Cardino

mercoledì 10 gennaio 2018

6sei66: storie della generazione Erasmus



Sei Sei Sessantasei è una data di nascita, a partire dalla quale si sviluppano quattro storie diverse. Quello stesso giorno dell’anno 1966 è nato, nel mondo, un numero imprecisato di bambini. Il presente romanzo 📖 immagina di seguirne quattro, nei rispettivi percorsi di crescita, per tracciare un ritratto, pur parziale, di una generazione. Possiamo chiamarla "Generazione Erasmus". Uomini e donne che si trovano, ora, a vivere la fase adulta della loro esistenza dopo aver assistito, e talvolta partecipato, ai profondi cambiamenti che hanno segnato l’Europa ed il mondo negli ultimi 50 anni.


AUTORE: ALBERTO CARDINO

📖 Il romanzo 6sei66 (ultima edizione) è attualmente acquistabile direttamente dalla piattaforma ilmiolibro:

E-book GRATUITO fino all'11 Luglio 2018

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👱 Helga nasce il 6 Giugno 1966 a Dresda, nella Germania Est comunista, al di là della Cortina di Ferro. Il Muro di Berlino è stato costruito pochi anni prima. Il suo percorso di vita è un lungo e difficile viaggio verso la libertà, a partire da una pericolosa fuga verso Ovest all'età di dieci anni, che lascerà aperta una ferita solo in parte ricucita alla vigilia dell’implosione del regime. Helga aspira alla libertà e la persegue con coraggio, sia prima che dopo la caduta del Muro, tentando nel contempo di ricreare attorno a sé qualcosa di simile ad una famiglia.

👨 A Coimbra, in Portogallo, nel medesimo giorno del 1966 nasce Antònio in una condizione di dignitosa povertà. Una morte inattesa colpisce la sua famiglia quando ha solo dieci anni. La speranza di una nuova vita sembra curare la ferita, ma è un’illusione: il dolore spinge un padre a commettere gravi errori con un epilogo drammatico che costringe Antònio ad emigrare ✈ in un altro continente. Lì dovrà ritrovare la persona che gli è più cara. Troverà, intanto, il suo posto nel mondo.

👩 Il 6/6/66 a Dinan, una cittadina della Bretagna, nasce Delphine, destinata a vivere gli anni bui del terrorismo di matrice politica, con pesanti risvolti familiari. Negli anni Ottanta sarà madre in una complicata situazione sentimentale e continuerà a cercare un senso a tutto quello che le è successo, riuscendo anche a intravederlo.

👨 Gustav, infine, nasce nello stesso giorno a Odense, in Danimarca, da una ragazza madre che sfida i pregiudizi e le ostilità della sua stessa famiglia. Una famiglia unita è, di contro, ciò che Gustav, negli anni dell’infanzia, vorrebbe avere. Crescendo, scoprirà l'amore e la sofferenza dovuta alla sua perdita, proprio mentre il mondo accelera 🚄 e c’è chi non riesce a fermarsi a coltivare un legame.

Le vite dei quattro protagonisti si incrociano parzialmente, in una fase ormai adulta, all'alba del nuovo millennio, quando la spinta della globalizzazione prefigura un illusorio scenario di sviluppo e solidarietà universali. Si incrociano in due luoghi simbolici: la Roma del Giubileo e la New York che balla e brinda al futuro, ignara di cosa accadrà di lì a poco, l’11/09/2001.

Il crollo delle illusioni segna il percorso delle nuove generazioni - qui rappresentate dai figli 👧👦 di alcuni protagonisti – in un quadro di nuovi drammi, come quelli causati dalle ondate migratorie, ma anche di nuove opportunità.


AUTORE: ALBERTO CARDINO


📖 Il romanzo 6sei66 (ultima edizione) è attualmente acquistabile direttamente dalla piattaforma ilmiolibro:


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    sabato 6 gennaio 2018

    La Befana ha portato...il carbone


    La #Befana mi ha portato il #carbone. Ieri il #romanzo #6sei66 ha subito una #stroncatura da parte di un #critico #letterario. Ho preso nota di tutte le #critiche sul mio #taccuino, per farne tesoro. La prima: un titolo che allude (all'inizio non ne avevo idea!) al #diavolo (#666) allontanerebbe una parte di lettori ed ingannerebbe l'altra parte. E poi tante altre. Ringrazio il mio valutatore, che ha dedicato generosamente del tempo alla #lettura del mio romanzo ed è stato onesto a riportarmi il suo responso assai negativo. Tuttavia, NON MI ARRENDO. Farò certamente tesoro di tutti i suggerimenti ricevuti quando scriverò il mio secondo libro. Parlando invece dei miei prossimi passi, SARÒ PRESTO FELICE DI INVITARVI AGLI INCONTRI DI PRESENTAZIONE DI "#6sei66 - Quattro vite oltre il Novecento" CHE STO ORGANIZZANDO  PER I PROSSIMI MESI FRA #PARMA E #TORINO. Grazie e a presto, A.C.

    giovedì 4 gennaio 2018

    Ieri la guerra, oggi la sfiducia: dignità e cuore dei 18enni



    L'interessante parallelo proposto dal Presidente Mattarella, e ripreso da Roberto Longoni sulla Gazzetta di Parma del 2 Gennaio, fra la generazione dei diciottenni nati nel 1899 e destinati alla guerra e quella degli attuali 18enni mi sollecita una riflessione. Le interviste realizzate da Longoni confermano, innanzitutto, il mio ottimismo sulla generazione dei Millennials. Nonostante lo scarsissimo interesse dimostrato negli ultimi 20 anni dalla politica e dalle istituzioni nazionali per il ruolo cruciale della scuola nella formazione di cittadini consapevoli, il sistema educativo sembra aver retto al diffuso tentativo di svalutarlo o di considerarlo al più come uno strumento di propaganda da abbandonare subito dopo le elezioni.
    "Io credo profondamente nella speranza di poter fare la differenza" afferma uno dei 18enni di oggi. Può sembrare banale che un giovane nutra speranza per un futuro che lo vedrà protagonista. Non lo è in un contesto sociale caratterizzato, in tutto il Paese regione più regione meno, da una generale sfiducia che le storture possano essere davvero raddrizzate. Peggio, da un diffuso rifiuto del cambiamento, a cui viene preferita la difesa di pratiche nepotistiche, clientelari e familistiche (suggerisco, a tal proposito, la visione de "L'ora legale" di Ficarra e Picone).
    Secondo me non era scontato che una generazione cresciuta in anni di esibita amoralità si ponesse il proposito di rovesciare la generale rassegnazione/complicità a che "nulla in Italia possa mai cambiare". Merito, probabilmente, di singoli professori, formatori, educatori e operatori culturali che - pur avendo vissuto e continuando a vivere in mezzo alle storture - non si sono mai arresi. A differenza di genitori spesso così miopi da suggerire, perlomeno con l'esempio, ai figli uno sterile adeguamento al contesto amorale.
    Sono ugualmente rispettabili, i ragazzi del 1999, quanto quelli nati un secolo prima e costretti al terribile sacrificio della guerra. Io credo nei 18enni di oggi e, nel mio piccolo, cerco di evitare che la rassegnazione spenga le speranze dei 18enni di domani.

    (Lettera al Direttore pubblicata dalla Gazzetta di Parma del 3 Gennaio 2018)

    Cercasi relatore a presentazione di 6sei66