lunedì 12 febbraio 2018

Sogno o son scrittore?


Chi sono io, veramente? Cos'è per me la scrittura? Ho davvero qualcosa da trasmettere o sono, invece, solo in cerca dei 5 minuti di (relativa) celebrità? O in cerca di una rivalsa nei confronti di chi, in passato, mi ha sottovalutato? Una sfida con me stesso? Un modo per combattere la noia? Una vocazione tardiva?

La mia “professionalità” ufficiale, è, in effetti un’altra …

“Hai pagato la fiera, vero?”. “Entro ieri andava fatto”. “Non l’hai fatto?”. “Come non l’hai fatto?”. “Come dici?”. “Scrittore?”. “Hai detto s-c-r-i-t-t-o-r-e?”. “Una cosa tu dovevi fare, scrittore dei miei stivali: era semplice ed indispensabile. Ora sono nella m..da per colpa di un cog…ne che si crede uno scrittore…”. “…ma è c…ione e basta!”. “Solo co.l.o.e!”. “Co…one!”.

Mi risveglio sudato: sembrava reale, quanto è bello che non lo sia! In testa rimangono, però, le domande dell’incubo. Il libro che ho scritto: cosa riesce a dire di me? Tutti abbiamo qualcosa da dire, io credo. Non mi piace parlare di “morale” o di “verità”. Io vivo di dubbi e incertezze, e coltivo pazientemente le mie paure. Quali di queste paure ho cercato di far emergere, ed esorcizzare, con il mio romanzo?

Forse quella della morte. Poi la sfortuna. La solitudine. La paura di un mondo difficile per la generazione dei miei figli. La guerra. Gli atti terroristici. L’abbandono da parte della persona amata. La perdita della libertà.

Voglio forse trasmettere, oltre alle paure, anche motivi di speranza? O evidenze di progresso? O una lente di lettura “in positivo” della realtà? O un’idea “politica” sulla società del futuro?

La risposta è sì. Ma come esprimere questo mio messaggio positivo? Perché, ad esempio, decido di parlare di una specifica “generazione”, quella del ’66? La risposta è: forse per portare alla luce una comunanza, il legame anche casuale fra persone diverse che è giusto riscoprire per neutralizzare la paura della diversità.

Non è, però, la “mia” generazione: perché questa scelta? La risposta è: in parte per timidezza. In parte per creare un po’ di sano distacco nella narrazione (rischiando, di converso, la superficialità di chi descrive esperienze ed epoche non vissute o vissute poco consapevolmente). In parte perché, in Europa, la generazione dei Sessanta è quella che, forse, ha più visto cambiare il mondo. Soprattutto, ma non solo, in positivo. C’è chi è passato dall'assenza alla conquista della libertà. Chi ha superato una condizione iniziale di povertà. Chi ha affrontato ed è sopravvissuto a tempi difficili (terrorismo politico). Poi ci sono state altre svolte che hanno destato, alcune, speranza; altre preoccupazioni e paura.

L’Europa. Con tutti i suoi limiti, la costruzione di una unione fra Stati che si sono per secoli combattuti è per me entusiasmante. E i cinquantenni di oggi sono stati testimoni privilegiati di questo percorso, non privo di ambiguità e brusche frenate. Un cinquantenne nato a Berlino Est, ad esempio, ha vissuto la pacifica rivoluzione del Muro abbattuto e la riunificazione di un Paese sconfitto e diviso. Cambiamenti epocali!

Quella che racconto è una generazione che, forse per prima, ha sperimentato nei fatti una sorta di identità “europea” (Erasmus, Inter-Rail, ecc.) e che inoltre mi ha permesso, grazie ai suoi figli (protagonisti delle ultime pagine), di esprimere la mia fiducia nei giovani, a cui toccherà prendere in mano il futuro. Sento il dovere di coltivare speranza per i miei figli e poi per i figli dei miei figli. Nessuna rassegnazione mi è consentita. È mia, invece, la convinzione, di cui hanno avuto prova diretta i nati nei Sessanta, che le persone sono in grado di cambiare gli scenari e condizionare la storia.

“Belle parole, proprio belle …. parole di uno s-c-r-i-t-t-o-r-e che adesso, tuttavia, chiamerà subito l’organizzatore della fiera e, con parole convincenti come solo quelle di uno scrittore possono essere, si scuserà per il ritardo da scrittore ed otterrà una proroga per il pagamento della quota che lo stesso scrittore, travestito da cogl…e, non ha corrisposto per tempo”.

Non era un incubo, allora! È la paurosa realtà!

“Muoviti, c..lione!!”.  

Altro che scrittore …

Partecipa, il prossimo 14 Febbraio 2018, alla presentazione del romanzo 6sei66 che avverrà presso la Libreria Voltapagina a Parma: leggi di più sull'evento


RIPRODUZIONE RISERVATA

giovedì 8 febbraio 2018

Genesi di un romanzo: 6) Sono uno "scrittore per caso"?


Partecipa, il prossimo 14 Febbraio 2018, alla presentazione del romanzo 6sei66 che avverrà presso la Libreria Voltapagina a Parma: leggi di più sull'evento

Ciao sono Alberto, l'autore di 6sei66. Vuoi conoscermi meglio? Provo a farmi qualche domanda e a darmi qualche risposta. Inizio con: 

Sono io uno ... "scrittore per caso"?

(CONTINUA) … Comincio a dubitare delle mie ottimistiche aspettative. Ed anche a riprendere in considerazione un sano calcolo delle probabilità. Siamo un popolo di santi, navigatori e…poeti. Aggiungo: scrittori. Migliaia di persone, giovani e meno giovani, partecipano ai concorsi e tornei letterari. Sono tanti e lottano insieme a (anzi, contro di) me. Perché mai dovrei riuscire a surclassarli? L’idea di partenza del mio romanzo è originale, me l’hanno detto in molti. Ma è sufficiente? Lo sviluppo della storia soddisfa le aspettative suscitate dalla sinossi? Il puzzle congegnato rimane fissato, o rischia di sbriciolarsi appena si cerca di appenderlo al muro? (L’efficace metafora non è mia, ma di un severissimo recensore del mio libro). Ecco, questa è tutta un’altra storia, un altro livello di valutazione. Ottimisticamente, lo sviluppo può perlomeno piacere a qualcuno e non piacere ad altri.
Ancora due concorsi devono svelare il loro esito. Vediamo come va …. magari qualche recensore è rimasto colpito ed ha deciso di “sposare la mia causa”. Esce prima, a sorpresa, l’esito della grande casa editrice. Scorro l’elenco nel modo già descritto, con 50 sfumature di lettura per non lasciarmi sfuggire alcunché. Niente. Non ci sono. Ed è, ancora una volta, solo la prima fase. Come è possibile? Qualcosa nelle mie speranze si è già rotto prima di leggere questo elenco. Sto cominciando, in altre parole, a capire l’antifona.
All'ultimo tentativo, quello del concorso a fase regionale, mi appresto a togliermi la lente fiduciosa e vedo finalmente i numeri nella loro crudezza. Qui verrà selezionato addirittura un solo candidato per regione. Almeno non c’è da scorrere elenchi! “Emilia-Romagna”: non ci sono. È difficile la controprova, ma riesco ad affrontarla ugualmente: setaccio la pagina in ogni suo pixel. Inutile, ovviamente.
Mi scappa un mezzo sorriso. Forse sono davvero vaccinato. Mi sento un po’ Fantozzi, questo sì. Ma lo smalto di artista incompreso è venuto via del tutto. Mi guardo impietosamente allo specchio e vedo … uno scrittore per caso che dovrà, presumibilmente, abbandonare le sue aspettative di pubblicazione.
Non erano così ambiziose, le mie aspettative. Oddio, in effetti una parte di me sognava successi planetari e fama imperitura. Un’altra parte più pragmatica, però, si sarebbe “accontentata” di trovare una casa editrice, anche piccolissima, disposta a pubblicare il romanzo. E comunque, il meccanismo innestato ha comportato attese, suspense, piccole e grandi illusioni. Mi ritrovo dentro ad un percorso che, ancora, vorrei in qualche modo portare a termine

[CONTINUA] 
Partecipa, il prossimo 14 Febbraio 2018, alla presentazione del romanzo 6sei66 che avverrà presso la Libreria Voltapagina a Parma: leggi di più sull'evento


RIPRODUZIONE RISERVATA

martedì 6 febbraio 2018

La Politica in Mala Fede


Gentile Direttore,

nel Suo editoriale di domenica 21 Gennaio, Lei esprime apprezzamento per gli inviti del Presidente Mattarella ad andare a votare, “smontando” il luogo comune del politico ladro e inaffidabile e chiamando i cittadini elettori ad assumersi la propria responsabilità per il passato e, nelle urne il prossimo 4 Marzo, anche per il futuro.
Anch'io credo che, in sostanza, negli ultimi 30/40 anni noi Italiani ci siamo meritati la classe politica che ci ha governato. E andrò a votare, come ho sempre fatto alle elezioni politiche da quando ne ho facoltà. Tuttavia, secondo me il virus della “mala fede” ha, purtroppo, contaminato un’ampia fetta di establishment, condizionando le decisioni pubbliche e l’indipendenza dei media, ed accentuando quella perdita collettiva di memoria che è da molti riconosciuta come concausa del nostro declino.

Qui, a mio avviso, ci sono responsabilità precise, che i cittadini tendono purtroppo a non ricordare, di una classe dirigente e di gruppi di potere che hanno agito cinicamente per i loro esclusivi interessi.
Il Parlamento nel 2005 votò una nuova legge elettorale, il cosiddetto “Porcellum”, che mandava in soffitta il Mattarellum - con i suoi difetti ma anche con il pregio di avvicinare, attraverso i collegi uninominali che eleggevano il 75% dei parlamentari, gli elettori alle persone in carne ed ossa che li avrebbero rappresentati -, con l’esplicito scopo di condizionare in una certa direzione le elezioni del 2006. Da allora, il legame fra elettore ed eletto non ha più avuto alcuna rilevanza nelle urne, con candidati scelti dalle segreterie dei partiti ed inseriti in liste bloccate.
Da 12 anni i parlamentari sono “indicati” dai partiti e meritano il loro scranno grazie alla posizione in lista che è stata loro concessa “dall'alto” e, solo in minima parte, grazie al popolo italiano chiamato a votare unicamente per un partito e non più per una persona (le primarie sono state, per una sola parte politica, un tentativo non sempre riuscito di rimediare a questo distacco crescente).
Si è votato in questo modo nel 2006 – sulla base, lo ripeto, di una decisione presa in mala fede dalla maggioranza parlamentare di allora -, poi nel 2008 ed infine nel 2013.

Successivamente è stata la volta dell’“Italicum”, approvato dal Parlamento per la sola Camera (in vista dell’abolizione del Senato), con i capilista bloccati e la previsione del ballottaggio per “conoscere il nome del vincitore la sera stessa delle votazioni”. La mala fede della classe politica si rivela, anche oggi, nel racconto falso di una legge elettorale spazzata via dal referendum del 4 dicembre 2016. La verità è che il Parlamento ha approvato, come già fece con il Porcellum, una legge elettorale dichiarata poi incostituzionale dalla Consulta. Se non in mala fede, i parlamentari che hanno approvato l’Italicum hanno perlomeno dato prova di incompetenza! O no?
L’ultima legge elettorale, il Rosatellum-Bis, è stata presentata all'opinione pubblica come uno degli esiti del No prevalente al referendum. Non è così, come detto sopra. Gli Italiani non hanno votato, con il referendum, per un ritorno al proporzionale (solo un po’ corretto dal 25% di collegi uninominali, mentre nel Mattarellum erano il 75%!). È un racconto in mala fede, usato per avallare una legge elettorale che non colma la distanza fra elettori ed eletti e rende, nello stesso tempo, difficile la governabilità spingendo verso le larghe intese.

Ecco, in tutta questa storia, che i media raramente ricostruiscono nella sua interezza con la scusa che sarebbe troppo noiosa per i cittadini-spettatori, io vedo solo gravi responsabilità in capo alla classe politica. In 12 anni, questa non ha fatto nulla – neanche con l'Italicum il quale, lo ripeto per la terza volta, non è stato rifiutato dagli Italiani, semplicemente non era compatibile con il nostro ordinamento – per riavvicinarsi ai cittadini-elettori.
Noi Italiani abbiamo mediamente - è vero - poco senso civico e, di conseguenza, molte responsabilità nel destino incerto del nostro Paese. Tuttavia, fino a quando non sarà ripristinato il corretto rapporto democratico di selezione e controllo dell’elettore nei confronti dell’eletto, i cittadini – anche quelli che si astengono – potranno legittimamente considerarsi innocenti di fronte all'immobilismo ed alla scarsa efficienza delle istituzioni pubbliche.

(Lettera al Direttore inviata il 21 Gennaio 2018 alla Gazzetta di Parma, ma non pubblicata)

RIPRODUZIONE RISERVATA

lunedì 5 febbraio 2018

Genesi di un romanzo: 5) Sono io pronto a vincere un...torneo?



Partecipa, il prossimo 14 Febbraio 2018, alla presentazione del romanzo 6sei66 che avverrà presso la Libreria Voltapagina a Parma: leggi di più sull'evento

Ciao sono Alberto, l'autore di 6sei66. Vuoi conoscermi meglio? Provo a farmi qualche domanda e a darmi qualche risposta. Inizio con: 

Sono io pronto a vincere un...torneo?

(CONTINUA) ….Stavolta ce la farò. Cambio strategia, però, rispetto al primo invio massivo del manoscritto alle case editrici. Come ho potuto pensare, mi ripeto, che l’Einaudi mi prendesse in considerazione? Solo perché ho respirato, a Santo Stefano Belbo, la stessa aria di Cesare Pavese? Solo perché ho studiato, con esiti neanche brillanti, nel medesimo liceo frequentato da Beppe Fenoglio?
No, non è questa la strada. Devo fare un percorso da principiante, da esordiente. Decido così di setacciare tutti i bandi di concorso già pubblicati o che saranno pubblicati a breve. Non mi accorgo subito di una contraddizione probabilistica insita nel mio ragionamento, e mi rimetto in moto con la mia gioiosa macchina da guerra. Decido di partecipare al concorso indetto da una nota azienda radiotelevisiva pubblica, approfittando del fatto che è l’ultima edizione a cui, per motivi di età, posso ancora partecipare. Allo scoccare dei 40 anni sarò, infatti, fuori dalla categoria “giovani”, unica ammessa al concorso. La selezione è innanzitutto effettuata da commissioni regionali, che sceglieranno il loro testo migliore il quale si andrà a scontrare, in una seconda fase, con i migliori delle altre regioni.
Non so da dove mi derivi, ma coltivo la speranza di superare la prima fase. Cioè, mi metto in testa che sia probabile, a prescindere dal numero di candidati, che la scelta dei commissari regionali cada su di me. Una valutazione simile riservo ad altri due concorsi nazionali, indetti da grandi case editrici. Uno dei due è il torneo a cui ho già partecipato e che mi ha visto eliminato già prima delle semifinali. Ora, però, ho fatto corpose modifiche al testo iniziale. Ora è diverso. Mi sento “umile” per aver provato a recepire critiche e suggerimenti. In questa fase, sono così fiducioso di essere notato almeno in un caso che mollo un po’ la presa sulle case editrici. In realtà, a quelle che accettano la versione digitale decido di inviare la nuova edizione del mio romanzo. Non ripeto, invece, gli invii cartacei.
La primavera intanto sboccia e dona luce alle mie ingenue speranze. Anche lontano dalle date previste di pubblicazione dei risultati, passo spesso sulle pagine e sui siti dedicati ai concorsi, caso mai decidessero di anticipare il verdetto. Si affaccia, man mano, anche la paura. Limito le aspettative al superamento della prima fase, in almeno uno dei concorsi per esordienti a cui mi sono candidato. È il momento della pubblicazione dei risultati del torneo. La scoperta della sorte della mia opera avviene in un modo che si ripeterà spesso.
Esce la notizia dei risultati, la suspense mi prende e freno i miei click. Con molta calma apro la notizia, ne leggo l’introduzione e poi vedo l’elenco in ordine alfabetico delle opere che passano il turno. Il mio sguardo indugia lontano dall'iniziale del mio libro. Che essendo un numero, dovrebbe comportare la presenza ai primi posti, in alto. Non c’è. Siamo poi sicuri che il numero ne determini la collocazione in alto? Magari c’è una sezione speciale, in fondo, dedicata alle iniziali in forma di numero. Niente neanche in fondo. A questo punto, urge lo scorrimento dell’elenco. Magari si è inteso utilizzare la dizione in lettere del numero che rappresenta l’iniziale del titolo. Un po’ cervellotico, ma potrebbe essere. È rapido verificare che sotto la “s” di “sei” non c’è il mio libro. Uno per uno, rifaccio il controllo dei titoli di tutte le opere finaliste. Niente. Non c’è.
La suspense lascia spazio ad una delusione tanto forte quanto elevate erano (forse illogicamente) le aspettative. Andrò ancora, nei giorni successivi, a controllare l’elenco sperando in una iniziale omissione a cui gli organizzatori debbano porre rimedio, magari con un bel “errata corrige”. Ma è inutile, tutte le posizioni dell’elenco in cui potrebbe collocarsi il mio libro si rifiutano di citarlo. Di nuovo, il mio vittimismo di artista incompreso prende quota, poi si sgonfia lasciando spazio alla rassegnazione ed alla sfiducia. Il morale è salvato dall'attesa degli esiti degli altri due concorsi, non ancora resi pubblici. L’avventura continua. Finché c’è competizione, posso ancora giocarmela. Così penso…


[CONTINUA] 
Partecipa, il prossimo 14 Febbraio 2018, alla presentazione del romanzo 6sei66 che avverrà presso la Libreria Voltapagina a Parma: leggi di più sull'evento


RIPRODUZIONE RISERVATA

martedì 30 gennaio 2018

Genesi di un romanzo: 4) Rimetterci mano?



Partecipa, il prossimo 14 Febbraio 2018, alla presentazione del romanzo 6sei66 che avverrà presso la Libreria Voltapagina a Parma: leggi di più sull'evento

Ciao sono Alberto, l'autore di 6sei66. Vuoi conoscermi meglio? Provo a farmi qualche domanda e a darmi qualche risposta. Inizio con: 

Rimetterci mano?

(CONTINUA) ….Ripongo nel cassetto il mio romanzo per un numero di settimane, forse mesi, che non ricordo con precisione. L’idea di rimetterci pesantemente mano quasi mi disgusta. La sindrome dell’artista incompreso mi spinge, piuttosto, a considerare chiusa la mia esperienza di scrittore. In quale direzione, poi, dovrei intervenire? In quali punti della storia dovrei affondare il bisturi? Altro tempo da sacrificare ad un esito del tutto incerto!
Certo che …. tenere nel cassetto qualcosa a cui ho dedicato tanto lavoro … mi irrita non poco. Una possibile soluzione mi arriva da una rivista che dedica un articolo alle cosiddette “agenzie letterarie” che accompagnano gli scrittori esordienti a realizzare un prodotto accettabile per le case editrici. Ne individuo una fra quelle citate nella rivista ed invio una mail per chiedere informazioni. Ricevo presto una risposta e decido di sottoporre, a pagamento, la mia opera all’attenzione dei miei nuovi interlocutori. Mi arriva, qualche tempo dopo, una scheda che analizza il romanzo, con l’invito a parlarne al telefono. La telefonata è cordiale ed informale, ma individua sbocchi quasi nulli a meno di una radicale revisione, prospettata già nel report scritto. Pur avendo molti contatti nel mondo dell’editoria, mi sembra chiaro che l’agenzia non ritenga opportuno “spendersi” per il mio libro.
Si chiude, così, questo rapporto “occasionale” con una postilla: se provi a riscrivere un capitolo secondo le indicazioni del report e poi me lo inoltri, posso darti un feedback sull’opportunità di continuare in questa direzione. Così mi viene detto. Metto, quindi, le mani sul capitolo che ha come protagonista il danese Gustav a metà degli anni Ottanta.
Comprendo subito che non sarà una cosa facile. Ma ci provo. È faticoso e, all’inizio, è un lavoro che non mi entusiasma. Mi pare, tuttavia, di trovare man mano una “chiave” di modifica e nuova interpretazione del testo, che alla fine mi soddisfa abbastanza. Invio il nuovo capitolo aggiornato all’agenzia. Non riceverò mai una risposta, associando questo atteggiamento ad una sostanziale risposta negativa. “Non sei riuscito a migliorarti, lascia perdere” è come se mi fosse stato detto con la voce del silenzio.
Un’altra delusione, seguita da un altro periodo in cui sto “fermo”. Ancora una volta, non ricordo il tempo preciso di questo altro blocco. Ad un certo punto, però, riparto. Forse è lo stimolo dei concorsi letterari, a scrollarmi. In fondo un capitolo l’ho già rivoluzionato: potrei fare altrettanto con tutti i restanti capitoli. Più dialoghi, meno testi didascalici. È difficile “allungare” le scene per renderle più vive. Spesso capita che l’allungamento avvenga, ma che la scena non sia affatto più viva, anzi faccia sbadigliare dalla noia. È ancora più frustrante tagliare frasi, periodi, a volte interi paragrafi: mi pare di buttar via del cibo. Ma lo devo fare, mi convinco. Dopo un lavoro esteso e faticoso, più o meno incisivo a seconda dei personaggi, delle situazioni e delle specifiche ambientazioni, partorisco di nuovo la mia opera, che rinasce a nuova vita….

[CONTINUA] 
Partecipa, il prossimo 14 Febbraio 2018, alla presentazione del romanzo 6sei66 che avverrà presso la Libreria Voltapagina a Parma: leggi di più sull'evento


RIPRODUZIONE RISERVATA

Genesi di un romanzo: 3) Chi credo di essere, Manzoni?


Partecipa, il prossimo 14 Febbraio 2018, alla presentazione del romanzo 6sei66 che avverrà presso la Libreria Voltapagina a Parma: leggi di più sull'evento

Ciao sono Alberto, l'autore di 6sei66. Vuoi conoscermi meglio? Provo a farmi qualche domanda e a darmi qualche risposta. Inizio con: 

Chi credo di essere, Manzoni?

(CONTINUA) Avendo terminato di trasferire il testo dal quaderno al supporto digitale, ancora gasatissimo per i complimenti dei familiari, comincio ad inviarlo in pdf alle case editrici. Ma non a quelle di provincia, o cosiddette minori. Punto subito in alto, ai templi della narrativa e del giornalismo, che pubblicano tanto i classici più blasonati quanto gli ultimi talenti alla moda. Sì, poi, a calare, invio anche alle "minori". Alcune chiedono il cartaceo e l'invio per posta ordinaria. Alle Poste cominciano a riconoscermi. Intanto passano le settimane, poi i mesi. Ma niente. Le mie certezze cominciano a vacillare.
Presa definitivamente consapevolezza della scarsa probabilità di ricevere risposte, mi tuffo nei concorsi letterari per esordienti, che prima avevo snobbato. Anche in questo caso, i tempi di valutazione sono interminabili. Per un concorso, è prevista una fase di lettura degli incipit estesa a tutti i partecipanti: me ne ritrovo da leggere e valutare dieci, scritti da miei “concorrenti” anonimi. Pena la non ammissione alle fasi successive. È un’esperienza interessante, quella del recensore per caso, di cui parlerò.
Intanto comincio a ricevere qualche risposta, anche positiva. Ma si tratta di sole case editrici “a pagamento”, che cioè impongono allo scrittore contraente di acquistare un numero minimo di copie e, comunque, si tratta di editor quasi sconosciuti. “Ce la devo fare da solo” continuo a ripetermi. E puntare ad una casa editrice conosciuta oppure, per lo meno, a vincere un concorso. Facile.
Dopo mesi di mancate risposte, arriva il giorno della pubblicazione dei nomi degli scrittori che accedono alla fase successiva del particolare torneo che vede i candidati giudicarsi a vicenda. Chi “passa” deve quindi ringraziare i suoi diretti concorrenti. Do per scontato di superare la prova. Non la supero. E scopro anche le motivazioni: sono infatti accessibili i commenti anonimi dei 10 valutatori del mio incipit. È una doccia fredda. Alcune recensioni mi fanno arrabbiare, altre sono sensate e, alla fine, condivisibili. In generale, è un salutare bagno di umiltà. A questo punto, mi fermo e decido di non mandare più il mio ammaccato romanzo ad alcun editor fino a quando non l’avrò “riparato”. Ma occorre cercare un buon meccanico…

[CONTINUA] 
Partecipa, il prossimo 14 Febbraio 2018, alla presentazione del romanzo 6sei66 che avverrà presso la Libreria Voltapagina a Parma: leggi di più sull'evento


RIPRODUZIONE RISERVATA

Genesi di un romanzo: 2) Perché proprio a matita? E dove pensavo di arrivare?


Partecipa, il prossimo 14 Febbraio 2018, alla presentazione del romanzo 6sei66 che avverrà presso la Libreria Voltapagina a Parma: leggi di più sull'evento

Ciao sono Alberto, l'autore di 6sei66. Vuoi conoscermi meglio? Provo a farmi qualche domanda e a darmi qualche risposta. Inizio con: 

Perché proprio a matita? E dove pensavo di arrivare?

(CONTINUA) Riscrivere un libro in formato digitale, copiandolo dal quaderno consumato di segni e parole a matita che capisco solo io (a volte neanche io), non è un’attività entusiasmante. Ti chiedi mille volte “perché, povero id…ta, non hai scritto subito tutto su word?”. Perché? Non lo so con precisione. Forse è stata la voglia di tornare a scrivere a mano, dopo anni di battute forsennate sulla tastiera. Un desiderio connaturato, in me, alla stessa idea di scrivere una storia. Anche ora, che racconto la genesi del romanzo, mi ritrovo a scrivere a mano prima di ricopiare il testo sui social.
Non è solo la scrittura a mano che cerco. C’è anche lo scrivere a matita e non a biro. Mi sembra, così, un lavoro più “artigianale” perché modificabile o addirittura cancellabile del tutto. Del tutto no, in realtà. Rimane sempre il residuo di ciò che è stato cancellato: un segno sbiadito, una storia, una evoluzione, un consumo di intelletto e di carta.
È lunga la procedura di videoscrittura di un intero libro. Alcuni errori sono corretti dal programma in automatico, altri no. La rilettura consente, però, nuove aperture, nuove suggestioni. E questo è bene. Scrivi e riscrivi, il libro assume ad un certo punto una inedita unitarietà, seppur ancora provvisoria. Questo è un momento felice, che in parte ti ripaga della fatica e, diciamolo pure, della noia talvolta sofferta. L’illusione un po’ infantile che mi prende, dopo la supposta “fine lavori”, è che l’opera letteraria sia davvero pronta. Un po’ troppo corta, forse. Ma mi dico che sono semplicemente sintetico: è il mio stile. Ora non la voglio più toccare, deve per forza andare bene così.
In questo modo, però, sfioro l’ottusità! Me ne rendo conto, e mi prende la reazione opposta. Depressione. Come ho potuto solo pensare di scrivere un libro, io che al liceo era tanto se prendevo 6 e mezzo di tema? Mi apro allora alla famiglia. Faccio leggere il testo a persone che mi vogliono bene. I commenti sono molto positivi, con alcuni suggerimenti che subito cerco di utilizzare.
Mi piace vincere facile: è la mia famiglia. Cosa mi aspettavo, che mi stroncasse? Sorella con tre lauree, lettrice accanita da sempre, mi dice “scopro di avere un fratello scrittore!”. Mi “gaso” non poco, e dopo aver fatto le modifiche suggerite inizio a tamburo battente la campagna di diffusione.
Un po’ snobbo, all’inizio, i concorsi letterari per esordienti. Vado diritto alle case editrici. Vuoi che la Mondadori, vedendosi recapitare il mio romanzo, non lo pubblichi subito ricoprendomi di guadagni? I tempi previsti da grandi e piccoli editor sono però…lunghissimi! Si va dai 3 mesi (ma è raro) ai 6 mesi (più frequente) fino ai 9 mesi. Un vero e proprio parto! Mi metto in questa testolina partita per la tangente che per me faranno un’eccezione. Figurarsi se impiegheranno sei mesi per rispondermi, ovviamente positivamente.
Forse avrete già intuito che sto andando incontro ad un….30 a zero? Magari 25? No, più probabilmente 40 a zero…

[CONTINUA] 
Partecipa, il prossimo 14 Febbraio 2018, alla presentazione del romanzo 6sei66 che avverrà presso la Libreria Voltapagina a Parma: leggi di più sull'evento


RIPRODUZIONE RISERVATA

Genesi di un romanzo: 1) Quando ho iniziato a scrivere?

Fonte: www.grandefabbricadelleparole.it

Partecipa, il prossimo 14 Febbraio 2018, alla presentazione del romanzo 6sei66 che avverrà presso la Libreria Voltapagina a Parma: leggi di più sull'evento

Ciao sono Alberto, l'autore di 6sei66. Vuoi conoscermi meglio? Provo a farmi qualche domanda e a darmi qualche risposta. Inizio con: 

Quando ho iniziato a scrivere?

Non molti anni fa ... O meglio: da ragazzo non scrivevo molto. Non si usava ancora Internet, quando frequentavo le scuole medie: eravamo a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta. A metà dei Novanta mi sono diplomato ed ho iniziato l'Università, lontano da casa. Ho cominciato a scrivere lettere a compagne di liceo: proprio lettere di carta (ora mi sembra impossibile, a ripensarci!), dove provavo ad esprimermi come non riuscivo a fare di persona. Parlando di amicizia, sentimenti, speranze, delusioni. Forse è stata questa la spinta: ovviare alla timidezza per farmi conoscere più in profondità dalle persone.
Verso la fine dei Novanta, ho sperimentato le lettere d'amore. Internet e la posta elettronica si stavano diffondendo, ma la carta era ancora così...romantica! Negli anni zero le e-mail mi hanno conquistato: ho cominciato a riversare le mie parole sullo schermo, per spiegare, ringraziare, ricordare, esprimere stima e affetto, litigare...
Negli anni Dieci ho coltivato, lentamente, l'idea di scrivere un libro. Ho cominciato nel 2013, in coincidenza con la perdita del lavoro ed i tentativi di trovarne un altro. Mi sono messo a scrivere su un quaderno, a matita. Quasi una ribellione alla dittatura del PC. L'idea si è sviluppata man mano, nelle pause pranzo in libreria, nei parchi mentre avanzava la bella stagione, sul terrazzo di casa nelle serate tardo-primaverili. Tutto un romanzo scritto a mano, avviato, poi abbandonato in mancanza di ispirazione, poi ripreso, poi di nuovo abbandonato, poi ripreso....A volte ero un fiume in piena di parole e riempivo tante pagine in poco tempo, altre volte stavo interminabili minuti su una stessa frase...
Non è stato facile, ma è stato bello costruire una storia. Poi ho cominciato ad aver voglia di condividerla....ed è iniziata la fase, forse ancora più pesante, della riscrittura su supporto informatico....

[CONTINUA] 
Partecipa, il prossimo 14 Febbraio 2018, alla presentazione del romanzo 6sei66 che avverrà presso la Libreria Voltapagina a Parma: leggi di più sull'evento


RIPRODUZIONE RISERVATA

venerdì 19 gennaio 2018

A San Valentino passa in libreria ... alla presentazione di 6sei66!

Fonte: lafeltrinelli.it
Fonte: lafeltrinelli.it

Non mancare, il giorno di San Valentino, 14 Febbraio 2018 alle ore 18:00, alla presentazione del romanzo "6sei66 - Quattro vite oltre il Novecento"! L'incontro si terrà alla Libreria Voltapagina a Parma e vedrà la partecipazione come relatore del dott. Christian Stocchi.

6sei66 racconta le storie di quattro europei nati lo stesso giorno, appunto il 6 Giugno 1966. Persone immaginarie che, nella realtà, avrebbero ora poco più di 50 anni. Un periodo, l'ultimo cinquantennio, segnato da profondi cambiamenti in Europa e nel mondo. Delle vite dei protagonisti, sono proposti fotogrammi scattati in ogni decennio a partire dai Sessanta fino agli Anni Dieci. Quattro storie destinate ad incontrarsi e a "riconoscersi" anche grazie ai figli, rappresentanti di una generazione - quella dei Millennials - che ha davanti a sé grandi incertezze e grandi speranze...

Leggi di più sull'incontro in libreria:

Evento Facebook

Evento Google+

Articolo Linkedin 



mercoledì 17 gennaio 2018

Ti vedo crescere...da dietro la porta a vetri

Fonte: Corriere Fiorentino


Gradino dopo gradino. Si cresce impercettibilmente giorno per giorno. Un bambino di quasi 6 anni inizia la prima elementare. Lo accompagnano la mamma ed il papà, fino all'ingresso della classe. Con lo zaino già pesante, la giacca ancora leggera di un settembre ogni anno più estivo.

Poi la mamma, passando i giorni, riesce a lasciare suo figlio nell'atrio della scuola, concedendogli solo una piccola agevolazione. Gli toglie di dosso la giacchina, poi gli sistema lo zaino sulle spalle ed infine gli consegna la giacchina fra le braccia. Così il bambino potrà velocizzare il suo ingresso in classe. Il papà, intanto, è già corso verso la porta a vetri chiusa, situata a lato della scuola, che regala proprio la visuale del corridoio e dell’uscio che il figlio dovrà oltrepassare per entrare in aula. Così potrà controllarlo fino a quando non sarà entrato in classe. Dopo pochi minuti, la mamma raggiunge il papà nel luogo adibito allo spionaggio.

Il piccolo, dietro lo schermo trasparente e insuperabile, deve affrontare un problema serio e potenzialmente imbarazzante. Non ci arriva. Dicevo che non ha ancora sei anni. E non ci arriva. Non arriva al gancio. Quello a cui deve appendere il giacchino. Un saltino timido. Niente. Un altro meno timido. Ancora niente. Il giacchino si lascia scivolare a terra. Il papà da fuori fa il tifo per il suo bambino. Ma al terzo saltino, frutto di uno sforzo marcato ma che non porta al risultato sperato, lui non resiste. Si precipita nell’atrio della scuola, si giustifica con la bidella accigliata adducendo una dimenticanza importante, poi raggiunge il piccolo, lo consola, gli prende il giacchino e lo fissa al gancio. “Vai pure ora, amore mio” gli dice, poi esce e rassicura anche la mamma.

Nei giorni in cui tocca a lui, il papà tende a trasgredire la “regola” che imporrebbe una progressiva autonomia in capo al fanciullo e lo accompagna ancora fino all’uscio della classe. Dopo alcuni richiami dalle bidelle, il padre prova di nuovo ad alzare la campana di vetro. Continua a togliere al bimbo la sua giacchina e a dargliela fra le mani, ma lo lascia nell’atrio e poi corre al punto di spionaggio per controllare che vada tutto a buon fine. Il gancio è alla stessa altezza di sempre. Il bimbo fa un saltino. Niente. Ne fa un altro. Ancora mancato. Una mamma generosa, che si trova incredibilmente là dove lui non può più andare, aiuta il piccolo evitandogli il terzo, rischioso tentativo. Anche per questa volta, il papà in ansia tira un sospiro di sollievo.

Passando i giorni, la giacca si fa man mano più pesante al procedere dell’autunno. Compaiono, a complicare lo scenario, anche una sciarpa, un berretto e pure un paio di guanti. Il papà continua a ritardare impunemente l’emancipazione del figlio. Lo accompagna ancora fino all’atrio e lo aiuta a togliere la giacca, la sciarpa, i guanti ed il berretto e ad inserirli in tasche, taschini e maniche. Poi gli mette a spalla lo zaino e gli consegna tutto il guardaroba fra le braccia. Infine il saluto e l’implicito “in bocca al pupo” alla creatura perché porti a termine la missione di appoggio del copricapo al maledetto gancio. Di corsa alla porta a vetri, chiusa sigillata come sempre. Il bimbo raggiunge il gancio e, per la voglia di fare in fretta, comincia a saltare senza essersi tolto lo zaino. Pesante. Il salto – già insidioso - è così reso 100 volte più difficoltoso. Di là dal vetro, il padre fa il tifo ma è difficilmente udibile nella confusione generale. Autonomia. Responsabilità. Il bimbo si accorge del problema. Si toglie lo zaino. Poi salta. Una volta, due, tre. Alla quarta o quinta volta, il cappuccio della giacca si fissa, finalmente. Il papà attende qualche frazione di secondo, timoroso di un qualche improbabile alito di vento o di un più probabile effetto corsa-di-bambini-urlanti che possa far crollare il castello. Non accade. L’adulto "fa la ola", di là dal vetro. Il piccolo è moderatamente e sobriamente soddisfatto, e si avvia con passo professionale verso il suo banco.

La strada è ancora lunga. I salti a vuoto sono ancora tanti. Sempre meno, però. Il bimbo, intanto, non ha più voluto che gli si togliesse il piumino già nell’atrio. “Me lo toglierò io, papà”. Vuole fare tutto da solo, l’ometto! L’adulto ancora presidia la corretta attuazione della procedura denominata “appoggio guardaroba”. Sempre dalla porta finestra. A tifare per lui. Con il passare delle settimane, i centimetri di altezza sono probabilmente aumentati, ed è più semplice il fissaggio al gancio.

Stamattina, però, il gancio a cui il bimbo solitamente appoggia il piumino è già occupato. Il papà “annusa” il lunedì mattina nella anomala indecisione di suo figlio, altre volte più coraggioso. “Come faccio ora?” sembra chiedersi il piccolo. Basterebbe trovare un altro gancio. No, non basterebbe. La giacca abusiva ha, infatti, coperto la borsina che contiene le sue scarpe da ginnastica. Urge, quindi, - volendo legittimare l’abuso per non sollevare discussioni - uno spostamento massivo del suo guardaroba ad altro gancio, non prima di avere provvisoriamente sganciato e poi riagganciato il copricapo (non più) intruso. Operazione complessa, particolarmente di lunedì mattina. Il papà vede, di nuovo, l’imbarazzo negli occhi del figlio che, rimanendo vestito, si ricorda della presenza del genitore e si avvicina alla porta a vetri. Gli rivolge qualche parolina preoccupata, che l’adulto non comprende. Ma che può immaginare.

In un mondo di ganci occupati, il bimbo ha più che mai bisogno del suo papà. Il quale scandisce “arrivo” e si precipita, ancora un volta, verso l’atrio della scuola. In un provvidenziale momento di distrazione della bidella, è agevole ricorrere al mimetismo per oltrepassare una terra proibita a chi ha più di 11 anni. Il papà arriva a destinazione e risolve la problematicità, evitando così ulteriori imbarazzi alla sua creatura e spingendola rassicurata in classe.

“Quando si ha un figlio, non si finisce mai di fare il papà” pensa l’adulto mentre percorre il corridoio con la più sfacciata noncuranza che riesce ad esprimere. Ci sarà sempre, lui, a fare il tifo per il suo piccolino che sale uno dopo l’altro i gradini della vita.
Quasi si commuoverebbe, a questo punto, se non fosse per un pensiero che si insinua nella sua mente. Un pensiero solo un po’ più pratico rispetto alle suddette riflessioni sulla vita e la crescita.

“Ma dico io” si domanda il premuroso papà “un mini sgabello IKEA …non era pensabile metterlo a disposizione degli  alunni più piccoli per evitare tutta questa ... filosofia??”.

Un lieve sorriso movimenta le sue labbra. La bidella è lì che lo squadra. “Ma che avrà da ridere questo tipo?” potrebbe benissimo chiedersi. Meglio tornare nel mondo degli adulti.
Domani, però, alla stessa ora sarà di nuovo lì. Dietro la porta a vetri.
Sgabello IKEA

RIPRODUZIONE RISERVATA

Insegnanti: una centralità da riscoprire

Lavagna elettronica a scuola
Lavagna elettronica a scuola

L’editoriale di Patrizia Ginepri del 10 Gennaio racconta, attraverso la testimonianza di una insegnante, la condizione di timore diffuso in cui vivono i docenti a causa della rottura del patto fra scuola e famiglia.
Vorrei aggiungere qualche appunto, che traggo dalla mia esperienza (ormai abbastanza lontana) di ex alunno/studente e da quella, più recente, di genitore. È vero: gli insegnanti hanno un ruolo fondamentale per lo sviluppo di una comunità. Un ruolo, tuttavia, spesso sottovalutato, ignorato e mortificato da una società smarrita ed egoista e dalle stesse istituzioni che dovrebbero difenderlo e tutelarlo. Vado oltre: secondo me la scuola ha una funzione più importante della stessa famiglia perché ha il dovere di offrire a tutti, soprattutto a chi parte da condizioni di svantaggio (economico, culturale, familiare appunto) l’opportunità di emanciparsi ed emergere per i suoi meriti.
Questa missione è, tuttavia, ostacolata da un senso etico che, in vasti settori della società, è a dir poco annacquato e di cui l’irresponsabilità della “politica” è un effetto più che una causa. Temo che il mestiere di insegnante in Italia non sia immune da questa amoralità di sistema.
Provoco: siamo sicuri che lo scarso riconoscimento (economico, istituzionale, morale) del ruolo non sia, in molti casi, un alibi per non aggiornarsi, non formarsi, non aprirsi al nuovo?
Quanti insegnanti utilizzano la lavagna ed il registro elettronici?
Quanti partecipano (anche senza bonus) ai corsi di aggiornamento, sempre più necessari in un mondo in continua evoluzione? Quanti riconoscono davvero le “diversità” all’interno di una classe: tutte le culture, tutte le sensibilità che – oggi più di ieri – possono essere valorizzate come straordinario laboratorio di integrazione per la società di domani?
Siamo sicuri che tutti gli insegnanti siano davvero consapevoli, oltre che delle difficoltà e del sacrificio che viene loro richiesto, anche del loro ruolo cruciale in una società che cambia?
Si aggiornano proprio tutti sulle nuove tecnologie dell’informazione, capaci come mai prima d’ora di valorizzare le intelligenze di tutti (compresi, ad esempio, i bambini dislessici)?
Si sforzano davvero, pur in un contesto problematico, di cogliere le enormi opportunità dei nostri tempi?
La “paura” della maestra “Maria”, e di molti altri docenti, mi pone qualche dubbio al riguardo. Una paura che porta a soffermarsi sul “dito” – con la vulgata generalizzata della maleducazione ora imperante e su quanto si stesse meglio ai tempi in cui la disciplina era rispettata – senza vedere la “luna”, una bella luna. Ovvero il futuro della nostra società che gli insegnanti hanno il privilegio di cogliere in anteprima assoluta nelle loro classi.
Così torniamo al loro ruolo, tanto cruciale da richiedere passione, apertura incondizionata al nuovo e desiderio di aggiornarsi senza ritenersi mai appagati di apprendere. E soprattutto senza avere paura.

(Lettera al direttore pubblicata sulla Gazzetta di Parma del 12 Gennaio 2018)

lunedì 15 gennaio 2018

Come siamo tornati indietro: la realtà dietro una statistica sul reddito




L'editoriale di Aldo Tagliaferro del 4 Gennaio scorso elenca efficacemente ed impietosamente i problemi strutturali del nostro Paese che, pur in un contesto internazionale di ripresa, ci inchiodano all’ultimo posto nelle performance di crescita. Debito pubblico esorbitante, burocrazia inefficiente, incapacità di cogliere le opportunità del QE. Un dato, fra quelli esposti, mi colpisce: un reddito pro-capite inferiore al livello del 2007

Undici anni fa. Riavvolgo il nastro. Per la verità, allora non mi sentivo “in ripresa”, eppure la grande crisi non era ancora scoppiata. Oggettivamente, avevo un po’ più di soldi da spendere: mi ero appena sposato ed ero ancora senza figli. A ripensarci, le prospettive di allora, pur insufficienti, erano migliori di quelle attuali. Ad esempio, mi permisi un viaggio a Stoccolma in hotel a 4 stelle. Mai avuto un contratto a tempo indeterminato: tuttavia, allora progettavo il futuro con relativo ottimismo. Per lavoro, aiutavo le persone ad avviare la loro impresa. Non necessariamente una “startup innovativa”. Era ancora possibile ottenere incentivi per aprire un centro estetico. Adesso, per ottenerli, bisogna almeno sapere di nanoparticelle o realtà aumentata! L’insensatezza burocratica era uguale: direi, per la verità, che i servizi pubblici sono addirittura peggiorati. Le Poste non fanno più le Poste. I treni regionali sono gli stessi di allora (ma invecchiati di 10 anni), come i loro ritardi. Si è investito sulle Frecce, che coprono bisogni tutto sommato marginali della popolazione: in un Paese civile è invece indispensabile che siano efficienti i servizi per i pendolari. 

Ricordo una trasferta a Trento, in quel 2007, per il Festival dell’Economia. Parlava anche Prodi, allora premier agli sgoccioli. Di fronte alla protesta di un gruppo di attivisti NIMBY fuori contesto, lui lasciò che salissero sul palco e li ascoltò. Poi, però, tirò diritto con la sua relazione, come se niente fosse. Non ricordo con precisione lo specifico tema NIMBY (l’aeroporto militare USA di Aviano?), ma ricordo che apprezzai la caparbietà di Prodi nel voler “stare sul pezzo”, senza lisciare il pelo a proteste magari giuste ma intempestive. Tirare dritto non vuol dire non ascoltare. 

Credo che negli ultimi 10 anni sia mancata proprio la capacità di ascoltare davvero. E quindi di decidere davvero per il bene di tutti.  

Alberto Cardino

sabato 6 gennaio 2018

La Befana ha portato...il carbone


La #Befana mi ha portato il #carbone. Ieri il #romanzo #6sei66 ha subito una #stroncatura da parte di un #critico #letterario. Ho preso nota di tutte le #critiche sul mio #taccuino, per farne tesoro. La prima: un titolo che allude (all'inizio non ne avevo idea!) al #diavolo (#666) allontanerebbe una parte di lettori ed ingannerebbe l'altra parte. E poi tante altre. Ringrazio il mio valutatore, che ha dedicato generosamente del tempo alla #lettura del mio romanzo ed è stato onesto a riportarmi il suo responso assai negativo. Tuttavia, NON MI ARRENDO. Farò certamente tesoro di tutti i suggerimenti ricevuti quando scriverò il mio secondo libro. Parlando invece dei miei prossimi passi, SARÒ PRESTO FELICE DI INVITARVI AGLI INCONTRI DI PRESENTAZIONE DI "#6sei66 - Quattro vite oltre il Novecento" CHE STO ORGANIZZANDO  PER I PROSSIMI MESI FRA #PARMA E #TORINO. Grazie e a presto, A.C.

giovedì 4 gennaio 2018

Ieri la guerra, oggi la sfiducia: dignità e cuore dei 18enni



L'interessante parallelo proposto dal Presidente Mattarella, e ripreso da Roberto Longoni sulla Gazzetta di Parma del 2 Gennaio, fra la generazione dei diciottenni nati nel 1899 e destinati alla guerra e quella degli attuali 18enni mi sollecita una riflessione. Le interviste realizzate da Longoni confermano, innanzitutto, il mio ottimismo sulla generazione dei Millennials. Nonostante lo scarsissimo interesse dimostrato negli ultimi 20 anni dalla politica e dalle istituzioni nazionali per il ruolo cruciale della scuola nella formazione di cittadini consapevoli, il sistema educativo sembra aver retto al diffuso tentativo di svalutarlo o di considerarlo al più come uno strumento di propaganda da abbandonare subito dopo le elezioni.
"Io credo profondamente nella speranza di poter fare la differenza" afferma uno dei 18enni di oggi. Può sembrare banale che un giovane nutra speranza per un futuro che lo vedrà protagonista. Non lo è in un contesto sociale caratterizzato, in tutto il Paese regione più regione meno, da una generale sfiducia che le storture possano essere davvero raddrizzate. Peggio, da un diffuso rifiuto del cambiamento, a cui viene preferita la difesa di pratiche nepotistiche, clientelari e familistiche (suggerisco, a tal proposito, la visione de "L'ora legale" di Ficarra e Picone).
Secondo me non era scontato che una generazione cresciuta in anni di esibita amoralità si ponesse il proposito di rovesciare la generale rassegnazione/complicità a che "nulla in Italia possa mai cambiare". Merito, probabilmente, di singoli professori, formatori, educatori e operatori culturali che - pur avendo vissuto e continuando a vivere in mezzo alle storture - non si sono mai arresi. A differenza di genitori spesso così miopi da suggerire, perlomeno con l'esempio, ai figli uno sterile adeguamento al contesto amorale.
Sono ugualmente rispettabili, i ragazzi del 1999, quanto quelli nati un secolo prima e costretti al terribile sacrificio della guerra. Io credo nei 18enni di oggi e, nel mio piccolo, cerco di evitare che la rassegnazione spenga le speranze dei 18enni di domani.

(Lettera al Direttore pubblicata dalla Gazzetta di Parma del 3 Gennaio 2018)

giovedì 14 dicembre 2017

Santa Lucia ha portato un regalo agli amanti della lettura...


SANTA LUCIA ha portato un regalo agli amanti della lettura! 


Poi - se lo vorrai - potrai pubblicare liberamente il tuo commento sulla pagina de ilmiolibro: così riceverai GRATIS a casa tua una copia rilegata del romanzo! 

martedì 5 dicembre 2017

Un regalo originale per chi...è nato nel 1966



Tra i tuoi amici c'è forse una persona nata nel 1966?

Un regalo originale per Natale può essere un libro che un po'...parla anche di lui! 


Per fargli una vera sorpresa, puoi spedire il libro direttamente a casa sua!

Di cosa parla 6sei66?

Sei Sei Sessantasei è una data di nascita, a partire dalla quale si sviluppano quattro storie diverse. Quello stesso giorno dell’anno 1966 è nato, nel mondo, un numero imprecisato di bambini. Il presente romanzo immagina di seguirne quattro, nei rispettivi percorsi di crescita, per tracciare un ritratto, pur parziale, di una generazione. Uomini e donne che si trovano, ora, a vivere la fase adulta della loro esistenza dopo aver assistito, e talvolta partecipato, ai profondi cambiamenti che hanno segnato l’Europa ed il mondo negli ultimi cinquant’anni.
Helga nasce il 6 Giugno 1966 a Dresda, nella Germania Est comunista, al di là della Cortina di Ferro. Il Muro di Berlino è stato costruito pochi anni prima. Il suo percorso di vita è un lungo e difficile viaggio verso la libertà, a partire da una pericolosa fuga verso Ovest all’età di dieci anni, che lascerà aperta una ferita solo in parte ricucita alla vigilia dell’implosione del regime. Helga aspira alla libertà e la persegue con coraggio, sia prima che dopo la caduta del Muro, tentando nel contempo di ricreare attorno a sé qualcosa di simile ad una famiglia.
A Coimbra, in Portogallo, nel medesimo giorno del 1966 nasce Antònio in una condizione di dignitosa povertà. Una morte inattesa colpisce la sua famiglia quando ha solo dieci anni. La speranza di una nuova vita sembra curare la ferita, ma è un’illusione: il dolore spinge un padre a commettere gravi errori con un epilogo drammatico che costringe Antònio ad emigrare in un altro continente. Lì dovrà ritrovare la persona che gli è più cara. Troverà, intanto, il suo posto nel mondo.
Il 6/6/66 a Dinan, una cittadina della Bretagna, nasce Delphine, destinata a vivere gli anni bui del terrorismo di matrice politica, con pesanti risvolti familiari. Negli anni Ottanta sarà madre in una complicata situazione sentimentale e continuerà a cercare un senso a tutto quello che le è successo, riuscendo anche a intravederlo.
Gustav, infine, nasce nello stesso giorno a Odense, in Danimarca, da una ragazza madre che sfida i pregiudizi e le ostilità della sua stessa famiglia. Una famiglia unita è, di contro, ciò che Gustav, negli anni dell’infanzia, vorrebbe avere. Crescendo, scoprirà l'amore e la sofferenza dovuta alla sua perdita, proprio mentre il mondo accelera e c’è chi non riesce a fermarsi a coltivare un legame.
Le vite dei quattro protagonisti si incrociano parzialmente, in una fase ormai adulta, all'alba del nuovo millennio, quando la spinta della globalizzazione prefigura un illusorio scenario di sviluppo e solidarietà universali. Si incrociano in due luoghi simbolici: la Roma del Giubileo e la New York che balla e brinda al futuro, ignara di cosa accadrà di lì a poco, l’11/09/2001. 
Il crollo delle illusioni segna il percorso delle nuove generazioni - qui rappresentate dai figli di alcuni protagonisti – in un quadro di nuovi drammi, come quelli causati dalle ondate migratorie, ma anche di nuove opportunità.  

sabato 2 dicembre 2017

Tentazioni di un "bookstore addicted"

Racconto breve di un venerdì pomeriggio in libreria, tra tentazioni più o meno resistibili

di Alberto Cardino

Fonte: http://unamicainviaggio.it/wp-content/uploads/2017/08/05-the-last-bookstore.jpg
Fonte: http://unamicainviaggio.it/wp-content/uploads/2017/08/05-the-last-bookstore.jpg

Ti piace come scrivo? Leggi il mio romanzo "6sei66 - Quattro vite oltre il Novecento"

La libreria è la mia casa. È il rifugio dei miei venerdì pomeriggio. Qui sublimo la mia solitudine rivendicando, nel contempo, una sentimentale comunanza con il genere umano. Quante persone incontro, attraverso i libri che hanno scritto e che sono esposti, in una libreria? Quanta vita, reale o fantastica, contemporanea o passata o futura? Seriosa o divertente? Forbita od essenziale?

Mi siedo in poltrona e vorrei, potrei in effetti, lavorare. Aprire il PC, estrarre le fotocopie, mandare e-mail e whatsapp, prendere appuntamenti e terminare un lavoro cominciato in ufficio. Riesco per poco a farlo, poi la voglia di lavorare decresce al calare della frequenza delle nuove mail che popolano la mia posta in arrivo. “Aggiorna” una volta, poi una seconda, aspetta un altro po’. Niente. 
Manca ancora un angolo della libreria da ispezionare, per oggi? È mia consuetudine dare un’occhiata semi-veloce o lentamente progressiva quando entro in libreria, prima di tuffarmi a “lavorare” sulla comoda poltrona. Consciamente o meno, lascio sempre qualche angolo inesplorato per giustificare la pausa, che poi sono “le” pause. Mi alzo, dicevo sopra, e provo a colmare le lacune librarie. Mi interessano tutti i libri, e non me ne interessa nessuno. Me li comprerei tutti, sapendo che forse li leggerò o forse rimarranno sugli scaffali di casa per molto tempo. Se non trovo momentaneamente nulla, la mia rada propensione al risparmio prende coraggio, ma la delusione supera il sollievo dello scampato pericolo. 

Devo pur tornare a “lavorare”, avendo terminato il tour. Che potrà, tuttavia, riprendere in altri spazi e sezioni, sì già frequentate ma …. i librai potrebbero aver inserito delle novità nel frattempo. Capita più spesso di quanto si potrebbe immaginare, bisogna stare all’erta! Intanto è arrivata una spam. Poi una newsletter che se fossi efficiente dovrei leggere, ma proprio oggi non riesco. Non la cancello, magari in un altro momento la riprenderò … Certo, come no.
“Aggiorna”, poi “aggiorna”. Niente. La pagina facebook langue di fake news, imprescindibili aggiornamenti sui programmi TV, ricette tradizionali, polemiche politiche, filippiche di un “amico” di cui non ricordavo l’esistenza. Il profilo linkedin mi notifica che è il compleanno di una persona di cui potrei avere un giorno bisogno per la mia carriera perché è “CEO” o “advisor” o “chief operations officer” di primaria società. Non riesco, tuttavia, a farle gli auguri. Magari domani, scusandomi per il ritardo …. Un volo sul sito di un quotidiano, assicurandomi di aver silenziato tutto per non farmi sorprendere dall’irruzione della pubblicità di una notissima pay-tv che mi racconta l’emozione sincera e multiforme che è capace di trasmettermi. Come no. 

Vorrò mica sprofondare in questa comodissima poltrona? “Aggiorna” la mail. Niente. Che peccato. Mi rialzo e cambio piano. 
Adoro le librerie a più piani. Non mi importa nulla dei libri di sport, ma li esploro ugualmente. Aborro anche solo la parola “decoupage”, ma un giretto nella relativa sezione è d’obbligo, non sia mai che mi sfugga un temperino particolare o una matita capace di rendere la mia scrittura più leggibile. Come no. O un timbro multifunzionale un po’ anni Ottanta, che una parte di me vorrebbe di cuore possedere; l’altra parte invece potrebbe anche annegare nella colpa, se l’acquisto andasse in porto.

Il pomeriggio, intanto, bene o male passa. Fuori l’inverno fa tutto buio presto. Si avvicina l’ora di tornare a casa, avendo lavorato circa un decimo di quanto preventivato. Accanto alla comodissima poltrona, sul tavolino sono appoggiati dei libri che, a seguito delle varie mie ispezioni, ho raccolto “per consultazione”. Certo, come no. È ancora possibile evitare il disastro, la spesa, l’erosione del risparmio per i miei figli, la prenotazione di un nuovo spazio (che non c’è) sugli scaffali di casa. L’austerità sabaudeggiante e la responsabilità interiore che provo in certi momenti sono in grado, non di rado, di fare il miracolo. A quel punto, con la morte nel cuore esaurisco velocemente il dovere di vestizione, chiudendo la giacca in modo che sia impossibile riaprirla. Prendo lo zaino e scappo a passo svelto. Non di corsa perché non si corre in libreria. I libri sono rimasti sul tavolino, “in consultazione”. Fanno parte del passato, ormai. Forse ci rincontreremo, un giorno (magari già venerdì prossimo). Ora siete, però, alle mie spalle. E non torno indietro. 
Arrivato all’uscita, è quasi un sollievo superare il varco e respirare l’aria pura, insatura di libri ed altre tentazioni del diavolo.

In altre occasioni, la carne è più debole. La droga dell’acquisto produce biecamente i suoi effetti, creando astinenze pur laddove le pareti di casa sono ormai coperte all’inverosimile di volumi. Non è possibile evitare di prendere in mano, dopo aver compiuto la vestizione, i testi “in consultazione”. Una scritta vedono i miei occhi, sotto i loro titoli: “NON MI RIPORRE. ORMAI SONO TUO”. A quel punto, è molto difficile spezzare l’incantesimo. Poniamo che una savia reminiscenza abbia il sopravvento per un decimo di secondo: ma io l’ho già comprato, questo libro. Cosa sto facendo? Ebbene, i miei neuroni a forma di cassa di una libreria troverebbero ugualmente una giustificazione inossidabile per l’acquisto. “Al limite lo regalo, il doppione”. Certo, come no.
Nel percorso verso la cassa, il cuore batte forte, la nevrosi spinge ad immaginare che dietro di me il pavimento sprofondi e mi costringa a non fermarmi. Fermarsi sarebbe come affrontare l’apocalisse, la distruzione, la fine di tutto. Un lampo di buon senso ancora riesce a scuotere il brodo di neuroni strafatti in sprazzi di tempo intermittenti, quando l’apocalisse si rovescia in soluzione (“la tua salvezza è fermarti”) e la soluzione in apocalisse. Ma è un fuoco di paglia. La cassa è lì, a pochi metri. Se non c’è nessuno in coda, le speranze si riducono al lumicino.
Se c’è coda, un ultimo atto di resistenza e rigetto è ancora possibile. O forse no. Altri si mettono, infatti, in coda dietro di me. Faccio parte ormai di quella grande famiglia di autori, amanti della lettura e frequentatori di librerie a cui desidero associare la mia solitudine. È la mia famiglia, non può farmi del male. La cassiera mi sorride, e con tono suadente mi chiede “carta fedeltà?”. La mia risposta è un convinto, appassionato, inevitabile e liberatorio “Sì!”. È fatta. Il cuore si tranquillizza. Sto meglio. Certo, come no. 
Tra la cassa e l’uscita sono l’uomo più felice ed appagato del mondo. Incontrando la sera fredda sulle guance, si palesa però, proiettato sull’edificio di fronte, un volto femminile. Palesemente inc..z..ato. Non sento cosa mi dice, ma intuisco dal labiale che sia “ancora libri?” e poi una, due, tre male parole.
Ha ragione, la mia visione. È il buon senso che non ho avuto, l’autocontrollo che mi ha perduto, quello che sarebbe potuto essere e che purtroppo non è stato.

Spero, anche questa volta, di essere perdonato. Certo, come no.  

RIPRODUZIONE RISERVATA

Ti piace come scrivo? Leggi il mio romanzo "6sei66 - Quattro vite oltre il Novecento"


giovedì 30 novembre 2017

Province contro-riformate


Lettera pubblicata sulla Gazzetta di Parma del 30 Novembre 2017


Gentile Direttore,

condivido l'editoriale di Gianluca Zurlini su "Province, una riforma mai nata". Si tratta di un esempio lampante di quanto sia difficile, in Italia, portare seriamente avanti una riforma, al di là degli slogan. In un clima (spesso giustificato) di rigetto nei confronti della "casta", si è scelto - adducendo ragioni di risparmio dei costi della politica - di depotenziare una istituzione vicina al territorio arrivando ad affamarla (senza abolirla), a tagliare di conseguenza i servizi, anche essenziali (strade, scuole), che bene o male la Provincia garantiva alla popolazione, e ad ottenere infine risparmi risibili. L'obiettivo irrinunciabile di mantenere l'efficienza di una istituzione pur ridimensionata e soprattutto di garantire, mediante trasferimenti di competenze, la copertura dei fondamentali servizi che la stessa erogava è stato colpevolmente mancato. I Consigli e le Giunte provinciali sono ora formati, mediante elezioni di secondo livello, da Sindaci e consiglieri comunali non remunerati: questo avrebbe dovuto assicurare la vicinanza del nuovo ente ai problemi del territorio. Ha invece aumentato la frustrazione degli stessi Sindaci di fronte ad emergenze che non riescono più ad affrontare né con i falcidiati bilanci dei Comuni né tanto meno attraverso le sedute di Consiglio o Giunta provinciale. La "competenza" in capo ad un Assessore provinciale alla Viabilità non è più richiesta: questo importante ruolo è assunto da un (pur volenterosissimo) Sindaco di uno solo dei tanti Comuni che compongono la Provincia, il quale si vede tagliare le risorse per le strade sia come Sindaco che come Assessore provinciale.         
Forse quello che è sotto gli occhi di tutti è l'esito peggiore che si poteva raggiungere con la riforma Delrio. Per non parlare del rischio di svuotamento delle tante esperienze di eccellenza portate avanti dalle Province non ancora ridimensionate. Cito solo, per Parma, il Servizio provinciale per l'Inserimento Lavorativo dei Disabili (SILD), un "gioiellino" del nostro territorio le cui funzioni sono ora passate in capo alla Regione.
I servizi essenziali alla popolazione non dovrebbero in alcun modo, in un Paese civile, subire le lentezze e i pasticci di una transizione istituzionale mal gestita. Tuttavia, è esattamente quello che sta accadendo. 

Alberto Cardino

Parma, 27 Novembre 2017

venerdì 24 novembre 2017

Black Weekend letterario: scarica GRATIS il romanzo 6sei66!



Imperdibile offerta in occasione del Black Friday che...si allunga alla Black Weekend!

Fino alla mezzanotte di Domenica 26 Novembre 2017

puoi scaricare GRATIS il romanzo "6sei66-Quattro vite oltre il Novecento". 

Se poi pubblicherai un breve commento sul sito ufficiale del romanzo, riceverai GRATIS la versione rilegata dell'opera direttamente a casa tua!


Per scaricare GRATIS il romanzo 6sei66
 COMPILA QUI LA TUA RICHIESTA (disattivato)

Per ricevere GRATIS a casa tua il volume rilegato
COMMENTA QUI IL ROMANZO 6sei66